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G7 e il de-risking con la Cina. Il disaccoppiamento è solo l’effetto, la causa il vantaggio globale

La realtà è che il disaccoppiamento, il reshoring, il delisting delle quotate cinesi dalle borse USA, la fuga di capitali da Hong Kong sono già in atto da anni e sono solo l’effetto di un gigantesco mutamento geopolitico: la causa di tutto ciò è il vantaggio globale che la Cina tenta di conquistare sulla scena mondiale.


di Gabriele e Nicola Iuvinale

Geopolitics



Al vertice del G7 a Hiroshima si è fatto strada un nuovo neologismo: il de-risking, che significa riduzione del rischio.

Il rischio in questione è la dipendenza dell'occidente dalla Cina.

Il termine de-risking servirebbe a circoscrivere questa operazione, ad introdurre una eventuale politica di distensione e quindi a tentare di ridurre la portata di un altro termine utilizzato fino ad oggi: il decoupling. Che tradotto significa disaccoppiamento.

Tuttavia, il decoupling ha già dato il via al reshoring delle industrie occidentali e ciò porterà alla necessaria revisione delle nuove catene di valore.

La realtà è che il disaccoppiamento, il reshoring, il delisting delle quotate cinesi dalle borse USA, la fuga di capitali da Hong Kong sono già in atto da anni e sono solo l’effetto di un gigantesco mutamento geopolitico: la causa di tutto ciò è il vantaggio globale che la Cina tenta di conquistare sulla scena mondiale.

Infatti, proprio in concomitanza con il vertice del G7, quasi a vanificare la finalità distensiva della politica del de-risking, l'autorità cinese di regolamentazione del cyberspazio, la CAC, ha stabilito che i prodotti realizzati dall’azienda di chip statunitense Micron non hanno superato la revisione della sicurezza e, pertanto, le aziende cinesi non potranno più utilizzarli.

La CAC è diventata l’organo amministrativo delle politiche informatiche del Comitato Centrale del partito e non un semplice regolatore statale, con una varietà di poteri di regolamentazione che a volte si incrociano in altri sistemi politici, come la propaganda o l’economia e la finanza.

L’agenzia ora è in prima linea nel lavoro per realizzare la visione di Xi di trasformare la Repubblica Popolare Cinese in una superpotenza informatica e di utilizzare tale potere per plasmare il discorso interno e internazionale.

Inoltre, qualche giorno fa, il partito comunista cinese ha ampliato la portata della legge anti-spionaggio contro le compagnie straniere e i dissidenti, dando al partito maggior forza repressiva.

Ad aprile, un dirigente dell'ufficio di Pechino della giapponese Astellas Pharmaceuticals è stato arrestato con l’accusa di presunto spionaggio.

Nel marzo scorso le autorità cinesi hanno fatto irruzione nell'ufficio di Pechino della Mintz Group, una società investigativa americana e hanno arrestato cinque dipendenti cinesi.

La polizia cinese si è recata anche presso l'ufficio di Shanghai della Bain & Co., una società di consulenza statunitense; ha interrogato i dipendenti presenti, sequestrato computer e telefoni cellulari.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con una politica di “distensione” ma di escalation all’intimidazione e alla rappresaglia.

Perchè siamo arrivati a questo punto di rottura?

Gli scambi commerciali con la Cina sono esplosi negli ultimi due decenni e questa relazione ha consentito agli Stati Uniti e all’Unione Europea di avere prezzi più bassi per i consumatori e maggiori profitti per le società, ma ha generato anche rischi, costi e danni.

In particolare, la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero, i furti di tecnologia a danno delle aziende, la richiesta di condivisione coattiva delle proprie tecnologie come condizione per fare affari in Cina con spionaggio informatico e industriale, le immense sovvenzioni pubbliche alle imprese di Stato di Pechino che alterano il libero mercato, un credito bancario aziendale che può essere usato come arma nella guerra commerciale per assicurarsi che gli attori economici anche stranieri operino in conformità degli obiettivi della politica industriale cinese, la manipolazione valutaria, le violazioni delle regole del lavoro e dei diritti umani, come il lavoro forzato nello Xinjiang.

Il Partito sta anche adottando misure per influenzare le decisioni manageriali e di investimento delle imprese straniere in Cina, attraverso l’inserimento di cellule del Partito. Questi sforzi, in alcuni casi, stanno iniziando ad influenzare i processi decisionali di alcune joint ventures “cinesi-straniere”.

Lo Stato, dominato dal Partito Comunista Cinese, controlla infatti l’economia in modo unico, anche attraverso la gestione centralizzata delle imprese statali, il controllo sulle istituzioni finanziarie e una potente commissione di pianificazione economica.

La Cina ha perfezionato un modello per “ottenere” la tecnologia occidentale e lo usa per trasformare le società nazionali in giganti e poi lanciarle nel mercato mondiale; a quel punto le società straniere non possono più competere.

Quando la Cina è entrata nel WTO nel 2001, il suo peso economico era paragonabile a quello della Francia. Oggi, pesa più di tutta la zona euro e dovrebbe superare gli Stati Uniti prima della fine del decennio.

A causa delle dimensioni dell’economia cinese, dell’enormità del coinvolgimento del governo e delle conseguenti alterazioni al funzionamento dell’economia globale, le distorsioni causate ai partner commerciali che operano secondo principi di libero mercato sono gigantesche.

Decenni di gioco del sistema commerciale globale e il mancato rispetto degli impegni del WTO hanno consentito alla Cina di accumulare enormi eccedenze commerciali e riserve di valuta estera, che utilizza per perseguire ambiziosi obiettivi di politica interna ed estera; costruire il più grande progetto geopolitico della storia dell'uomo: la Belt and Road.

Negli ultimi anni il governo degli Stati Uniti è arrivato a considerare l’interdipendenza con la Cina come una delle principali minacce alla sicurezza, alla prosperità e ai valori democratici.

Di fondamentale importanza è, in quest’ottica, il “disaccoppiamento tecnologico” con la Cina; Washington ne è stata uno dei principali motori e resterà in grado di regolare questa tendenza globale al rialzo o al ribasso.

Anche Pechino ha sempre voluto, progettato e cercato un vantaggio assoluto sugli Stati Uniti e sugli altri paesi, nonché l’autarchia, nelle sue catene di approvvigionamento da oltre 15 anni.

Il partito ha sottolineato la necessità di innovazione locale e di prendere il controllo delle tecnologie di base. La bandiera dell’autosufficienza, quella che si sviluppò al termine del secolo dell’umiliazione, è tornata come principio politico guida. Portare la Cina a sviluppare la propria tecnologia all’avanguardia, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’Occidente, è una componente chiave degli ampi piani di Xi.

Tuttavia, il disaccoppiamento non è solo un fenomeno bilaterale, né è interamente il prodotto della politica governativa di Stati Uniti e Cina. Molti attori del settore pubblico e privato, in tutto il mondo, stanno contribuendo, in modi diversi e con varie motivazioni, a questa tendenza.

Sebbene la propensione generale verso il disaccoppiamento tecnologico sia chiara, il suo corso esatto e la sua portata finale rimangono sconosciuti.

La Cina di oggi può abbracciare la ricerca dell’autosufficienza da una posizione di forza, sia economicamente, che con un esercito in più rapida espansione al mondo.

L’attuale stato di dipendenza dalla Cina è insostenibile: conservare lo status quo intollerabile.

Sarà, quindi, necessario trovare un compromesso tra gli scambi commerciali, gli interessi privati, le minacce alla sicurezza nazionale e l’integrità politica.

Qualche giorno fa, proprio dall’Italia il premio Nobel per l'economia Michael Spence ha scritto un importante editoriale lanciando un appello “In difesa della politica industriale”.

In un momento di crescenti tensioni geopolitiche e frammentazione della catena di approvvigionamento - quando considerazioni di sicurezza nazionale stanno plasmando la politica economica e i rischi di guerra sembrano aumentare - la politica industriale è inevitabile.

Lo spostamento di numerosi collegamenti nelle complesse catene globali di fornitura di semiconduttori e di alta tecnologia verso gli Stati Uniti e paesi alleati è indispensabile per rafforzare la sicurezza nazionale e la resilienza economica.

La vera questione non è se valga la pena perseguire una politica industriale nazionale ed europea, ma come farla bene.

Dal canto suo, il Partito Comunista Cinese continuerà a consolidare e rafforzare il suo potere per mantenere il controllo della Cina e proiettarla a livello globale come superpotenza economica e militare, continuando ad utilizzare tutte le sue leve di influenza. La sua ricerca del dominio globale è ulteriormente aiutata dalla macchina di propaganda totale di più vasta portata al mondo e da una varietà di altri meccanismi, per proiettare un potere forte, un potere che cerca di penetrare nei tessuti molli delle democrazie e ottenere la loro acquiescenza attraverso mezzi nascosti, coercitivi e corruttivi. È questa combinazione, della repressione interna della Cina e della sua ambizione esterna, che rende così preoccupante la sua crescente potenza globale. È anche la prima grande nazione a implementare una valuta digitale della banca centrale e sfida la leadership globale in tecnologie critiche come l’IA, l’informatica quantistica, la robotica, l’ipersonico, i veicoli autonomi ed elettrici e le telecomunicazioni avanzate.

Tutto ciò ha una notevole rilevanza anche in ambito militare, data l’ampia fusione civile-militare; uno dei principi guida dell’azione geopolitica di Xi Jinping.

Attingendo dalla millenaria cultura dell’arte dell’inganno sviluppata anche in ambito bellico, la Cina di Xi Jinping sta portando avanti la sua Liminal Warfare dove lo spettro della competizione e del confronto con l’Occidente è talmente ampio che il campo di battaglia è ovunque e la guerra è totale; il controllo di mezzi tecnologici, sistemi 5G, acquisti immobiliari strategici, ponti, autostrade e porti di tutto il mondo, il controllo di alcuni tipi di investimenti nella catena di approvvigionamento, delle materie prime e nelle infrastrutture critiche, sono tutti descritti in un libro del 1999 scritto dai due colonnelli cinesi come operazioni di guerra "trans militari" e “non militari”.

Questa guerra liminale consiste nel cavalcare il limite dell’osservabilità, nel non superare la soglia della rilevabilità. Quindi, gran parte della loro attività è letteralmente subliminale, sotto la soglia di percezione, e conseguentemente non ci accorgiamo di cosa sta accadendo.

Con il potere accumulato, Pechino prevede anche di costringere la più vivace democrazia liberale dell’Asia, Taiwan, a riunificarsi con la madrepatria. Cerca inoltre di stabilire il controllo unilaterale sulle risorse e sulle rotte marittime del Mar Cinese Meridionale e, quindi, di spingere gradualmente gli Stati Uniti e le democrazie fuori dall’Asia.

La Germania nazista e l’Unione Sovietica, i veri totalitarismi del secolo scorso ampiamente studiati e classificati dai politologi Brezinsky, Anna Arendt, Howell e il nostro Giovanni Sartori, furono rafforzate dall’attrazione di capitali e risorse dalle democrazie occidentali.

Oggi stiamo facendo la stessa cosa con il totalitarismo di Xi Jinping, come abbiamo fatto con la Russia di Putin.

Non si può lasciare che la storia si ripeta.

Viviamo nel presente, ma dobbiamo attingere dagli insegnamenti del passato per creare un futuro migliore.

Oggi, si è accumulata una narrazione secondo cui le democrazie sono corrotte e logore, prive di energia, scopo, capacità e fiducia in sé stesse. E questo è stato alimentato dagli sviluppi del mondo reale.

La Cina si è trasformata in un neo-totalitarismo altamente raffinato e sofisticato. I politologi che prima ho citato e altri studiosi di sistemi dittatoriali lo riconoscerebbero facilmente per quello che è: “Una dottrina, un leader, un partito e una nazione (incentrata sugli han)”.

Oggi, nella guerra in Ucraina si intrecciano i destini non solo dell’Europa e della Russia. La Cina in questo scenario in fiamme sta a guardare come partner silenzioso di Putin, alimentando l’economia russa e la propria.

La Realpolitik di Pechino si basa su una partnership strategica ‘spalla a spalla’ con la Russia, perché Mosca ha ricche risorse naturali e un formidabile arsenale nucleare.

Xi Jinping, sfruttando il fervore nazionalista che montava quando è salito al potere, lo ha nel tempo rafforzato ed ha iniziato a propagandare la superiorità del modello cinese su quello occidentale.

Xi ha in parte sostituito l’ideologia marxista con la propria nozione di sinicizzazione. Questa idea rifiuta le condanne iconoclaste della cultura tradizionale che furono portate avanti da Mao; sostituisce l’idea della lotta di classe marxista con un’evocazione dell’orgoglio nazionalista nelle glorie passate della civiltà cinese Han.

Poiché la sinicizzazione generalmente richiede l’adattamento a una versione idealizzata della cultura cinese han, gli estranei a questa cultura, come cristiani, buddisti tibetani e musulmani, in particolare uiguri, sono soggetti a una repressione ancora più dura di quanto lo siano stati sotto la precedente ideologia marxista.

Seguendo le orme di Mao Zedong, Xi Jinping ha promosso il culto della personalità, si è reso uguale al partito, ha rivisto la costituzione per garantirsi una dittatura a vita e ha ulteriormente intensificato la repressione.

Il “socialismo nazionale” del partito nazista sotto Hitler era basato sul razzismo. Anche l’“estremo nazionalismo” di Xi è legato al razzismo. Per molto tempo, il PCC è stato continuamente imbevuto della superiorità razziale Han e ha compiuto genocidi culturali in forme mascherate, contro minoranze etniche nello Xinjiang, nel Tibet e nella Mongolia Interna.

Xí, uno dei politici più influenti al mondo, è il rappresentante della quinta generazione di massimi dirigenti cinesi dai tempi di Mao Zedong. Il “grande timoniere” è stato seguito dalle generazioni rappresentate da Deng Xiaopíng, Jiang Zemín e Hu Jintao. Xí corona questa successione e aspira a realizzare l’obiettivo più audace della Cina. La Cina, ha detto Xi Jinping, “ha subito un’intensa umiliazione, il popolo è stato sottoposto a grandi dolori e la civiltà cinese è sprofondata nell’oscurità. Da allora, il ringiovanimento nazionale è stato il più grande sogno del popolo e della nazione cinese...”

Xí incarna il “sogno cinese”, alimentato sia dal “mito dell’età dell’oro”, che dal “secolo dell’umiliazione”. In quanto figlio di un veterano comunista, Xí è considerato un “principe”. Questa discendenza legittimante, come “rosso di seconda generazione”, ha suggellato la sua esistenza e il suo cammino da “predestinato”.

La sua missione acquista così splendore messianico: in un documento politico del 17 aprile 2022, si è fatta strada una nuova espressione, quella della rivelazione a “leader eterno”.

Secondo questa chiave di lettura, Xí è il demiurgo della restaurazione del corso naturale della storia, inteso a riconfigurare l’ordine mondiale da una prospettiva sinocentrica.

Pertanto, se Mao è il fondatore e Deng è il riformatore, Xí può essere considerato il creatore, per usare le sue parole, di una comunità dal futuro condiviso per l’umanità, con le caratteristiche del Partito Comunista Cinese.

Un numero significativo dei più grandi disastri della storia può essere attribuito alle decisioni dei dittatori.

Il destino è la lezione della storia che questo Paese, anzi l’Occidente nel suo insieme, deve imparare urgentemente se vuole evitare il destino finale del declino irreversibile.

Articolo già pubblicato su Agendadigitale.eu il 5 giugno 2023



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