Il reddito di cittadinanza senza vincoli reali è contrario al buon senso e allo spirito del welfare

Il reddito di base, di cittadinanza o quello minimo universale svincolati da concrete condizionalità sviliscono l'iniziativa privata e il senso di responsabilità individuale. Tutti dovrebbero preoccuparsi della condizione dei meno abbienti. Ma un'elemosina di stato senza vincoli non è il modo per aiutarli


di Nicola Iuvinale

Ogni posto di lavoro “creato” con il reddito di cittadinanza è costato allo Stato almeno 52 mila euro.

Oltre il doppio di quanto spende annualmente un imprenditore privato per un operaio a tempo indeterminato full time che, mediamente, costa attorno ai 25 mila euro.

E' quanto emerge da un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia secondo la quale, dalla prima metà del 2019 - periodo in cui è entrato in vigore il RdC - fino alla fine di quest'anno, l’investimento dello Stato ammonta a 19,6 miliardi.

Per la Cgia, a fronte di poco più di un milione di persone in difficoltà economica che, titolari del reddito di cittadinanza, hanno manifestato la disponibilità a recarsi in ufficio o in fabbrica, gli ultimi dati disponibili ci dicono che solo 152 mila hanno trovato un posto di lavoro grazie al sostegno dei navigator.

Ipotizzando che i titolari del RdC lo abbiano ricevuto per almeno un anno prima di entrare nel mercato del lavoro, percependo così quasi 7 mila euro, l'associazione approssimativamente stima che l’Inps abbia sostenuto, per questi 152 mila nuovi occupati, una spesa di 7,9 miliardi di euro, pari a poco più di 52.000 euro se rapportata a ogni singolo neoassunto.

Un costo eccessivo per un numero così limitato di persone entrate nel mercato del lavoro grazie al RdC.


Secondo i dati dell’Inps, riferiti ad agosto 2021, le persone destinatarie del RdC erano 3,5 milioni, pari a poco meno di 1,5 milioni di nuclei famigliari.

Secondo l’Anpal le persone che percepiscono il RdC sono difficilmente occupabili; la probabilità di rimanere disoccupato a distanza di 12 mesi sfiora il 90 per cento.

Ciò è ascrivibile al fatto che questa platea di soggetti ha una insufficiente esperienza lavorativa alle spalle.

L’Inps, infatti, analizzando lo storico contributivo di queste persone nella classe di età tra i 18 e i 64 anni, segnala che solo un terzo ha avuto un’occupazione in passato.

A ciò si aggiunga l'atavica mancanza di " adeguata istruzione formativa" per entrare nel mondo del lavoro.

Chi è in difficoltà economica va assolutamente aiutato, ma per combattere la disoccupazione il RdC ha palesemente dimostrato di non essere uno strumento efficace, anzi dannoso.

In pratica le "condizionalità" previste dalla legge, si sono dimostrate inattuabili tanto da rendere la misura "incondizionata". Anche negli Stati Uniti, recentemente, la città di Los Angeles ha iniziato il suo programma di reddito di base garantito.

Il programma eroga 1.000 dollari al mese a 3.000 famiglie povere.

I pagamenti "in contanti" non prevedono "nessuna restrizione su come il denaro può essere speso" e nessun requisito che i partecipanti siano assunti o cerchino un impiego.

La convinzione che questo programma aiuterà i poveri è, però, contraria a secoli di esperienza con il welfare.

Nel corso dei secoli, un segno distintivo della politica di welfare di successo è stato sempre il fatto che i beneficiari dovevano impegnarsi per migliorare la propria situazione di vita in cambio di aiuti (salvo quelli impossibilitati per fondati motivi).


Enti di beneficenza, società di mutuo soccorso, organizzazioni religiose e, fino a poco tempo fa, tutti i livelli del governo degli Stati Uniti hanno abbracciato questa politica.

L'assistenza sociale fornita senza responsabilità scoraggia l'iniziativa personale per raggiungere l'autosufficienza attraverso il lavoro e una vita migliore attraverso la necessaria formazione familiare e lavorativa.

Questi programmi, così concepiti, rifiutano questo principio secolare a favore di una nuova convinzione: che l'aiuto incondizionato non smorzi il naturale desiderio umano di fiducia in se stessi e di auto-miglioramento.

Tutto questo non è di buon senso.

Gli individui che ricevono un aiuto senza vincoli hanno meno motivi per provvedere a se stessi lavorando, cercando lavoro o migliorando le proprie competenze.

La misura in cui questi incentivi influiscono sul comportamento può variare da persona a persona, ma operano su tutti gli individui, compresi quelli con un forte impegno per l'autosufficienza.

Per comprendere gli effetti del "free cash", basta guardare il risultato negativo del reddito di cittadinanza italiano e il gran numero di posti di lavoro attualmente vacanti negli Stati Uniti.

Dall'inizio della pandemia di COVID-19, i governi sia federale che statale della California hanno inondato l'economia con trilioni di dollari in aiuti senza restrizioni.

Questo è uno dei principali motivi per cui oggi milioni di americani scelgono volontariamente di rinunciare al lavoro e percepire il sussidio statale.

A livello nazionale oggi ci sono 3,1 milioni di lavoratori in meno nella forza lavoro rispetto a settembre 2019.

Con meno lavoratori che producono e distribuiscono beni e servizi, sono inevitabili carenze di prodotti o prezzi più alti; danni sociali ed economici.

La ricerca accademica fornisce ulteriori prove dei pericoli delle politiche di aiuto senza vincoli.

Già negli anni '60 e '70, esperimenti sociali sponsorizzati dal governo statunitense testarono gli effetti dei programmi di reddito di base garantito.

I risultati dei test, in particolare dell'esperimento Seattle-Denver, furono devastanti.

Nonostante il fatto che i partecipanti sapessero che l'esperimento fosse temporaneo, il loro sforzo di trovare lavoro diminuì in modo significativo.

Anche a causa di questi risultati, il Congresso all'epoca respinse il programma nazionale di garanzia del reddito proposto dal presidente Jimmy Carter.

La ricerca accademica più recente ha confermato questi risultati sugli effetti dei programmi di assistenza incondizionati.

La ricerca ha dimostrato che anche le sospensioni temporanee dal lavoro hanno effetti negativi a lungo termine sui guadagni futuri e sulle prospettive occupazionali.

Quindi, sia per i percettori italiani del reddito di cittadinanza, che per le 3.000 famiglie iscritte al programma di Los Angeles, gli effetti a lungo termine del "free cash" potrebbero essere molto dannosi.

A parte l'economia, i sostenitori di questi programmi presumono erroneamente che non importa se gli individui raggiungono un livello di benessere materiale attraverso i propri sforzi o grazie ai contributi del governo.


Ma questa convinzione ignora un aspetto cruciale del vivere una vita piena: sforzi e sacrifici per raggiungere un obiettivo personale sono essenziali per il senso di autostima di una persona; forniscono le vere ricompense della vita.

L'omissione di questo aspetto chiave della natura umana è forse il difetto più significativo delle politiche statali del "free cash".

Tutti dovrebbero preoccuparsi della condizione dei meno abbienti.

Ma l'elemosina di stato incondizionata non è il modo per aiutarli.

Anzi, li rende schiavi, sudditi del potere.

Come scriveva nel 2013 un mio caro amico di infanzia, il Prof. Flavio Felice, in un articolo a sua firma sul quotidiano "Le formiche" dal titolo Il reddito di cittadinanza nella prospettiva liberale "con riferimento alle politiche attive contro la povertà, Einaudi, in piena sintonia con Wilhelm Röpke, nelle sue “Lezioni di politica sociale”, riteneva che la “legislazione sociale” di uno Stato liberale deve avere come obiettivo strategico quello di “avvicinare, entro i limiti del possibile i punti di partenza” degli individui, affermando “il principio generale che in una società sana l’uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita”. Si badi bene, un minimo che non induca i singoli all’ozio, che “non sia un punto di arrivo ma di partenza; una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini”.

"Le posizioni di Hayek, di Einaudi, ma anche di Sturzo e di Röpke, stanno a dimostrare che la prospettiva liberale può essere profondamente solidale e, a differenza del solidarismo statalista, avrebbero il merito di non cadere nel trade-off “giustizia-libertà”, in quanto tutte fanno perno sul principio liberale e cattolico della sussidiarietà come leva per promuovere la giustizia. Si tratta di una nozione di giustizia sociale fondata sulla responsabilità e sulla libertà, nonché sulla capacità delle singole persone di dar vita ad una complessa rete di corpi intermedi, pronti ad intervenire per promuovere e difendere materialmente e sostanzialmente la dignità della persona umana. Allo Stato spetta il compito di vigilare che ciascuno adempia ai propri compiti e di intervenire in via sussidiaria e temporanea, affinché chi oggi versa nel bisogno, in forza dell’aiuto ricevuto, domani possa essere a sua volta attivo protagonista della solidarietà sociale".


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