L'irresponsabilità del "bonus pater familias"

Sapete cos'è la regola del bonus pater familias?

E' un'espressione mutuata dal diritto romano ed utilizzata in quello odierno per indicare un metro di giudizio, cioè il criterio oggettivo ed astratto, per la valutazione di quella diligenza che l'ordinamento giuridico richiede affinché non sussista una colpa. Per diligenza media si intende, invece, quella che si può pretendere da un uomo medio, cioè dall'uomo della strada.

Ecco, se questa regola fosse applicata alla politica nostrana, converrete con me che probabilmente si salverebbero in pochi o forse nessuno.

Nel "circo" della politica italica, infatti, nessuno è mai responsabile del dramma economico e sociale che sta vivendo questo Paese. Il rapporto causa effetto, cioè il nesso eziologico sussistente tra la condotta e l'evento di danno, inteso quale elemento strutturale della fattispecie della responsabilità, se vale per il cittadino, di converso sembra non assumere rilievo per il decisore politico.

E sembrerebbe non valere neppure in termini morali o etici.

Lui (il politico) è sempre esente da ogni e qualsivoglia responsabilità.

E chi lo assolve? L'elettore. Quindi, in definitiva, siamo noi i veri responsabili di ciò che abbiamo. E non possiamo allora lamentarcene.

E va anche respinta con forza al mittente politico la strumentale e peregrina tesi autoassolutoria di chi vorrebbe, irresponsabilmente, che la colpa del disastro italico fosse da imputare a terzi, cioè alla cattiva Germania o ai cosiddetti Paesi frugali.

Veniamo, allora, al dunque.

In questo momento abbiamo un'Italia paralizzata da un'alleanza, quella tra i 5 Stelle e PD, del tutto incapace (almeno sino ad oggi) di produrre provvedimenti realmente riformatori e necessari per salvare questo povero Paese ridotto, per dirla alla fiaba di Biancaneve, "ad un mucchio di poveri stracci".

Idem, per le forze di opposizione.

E, per chi non si sente politicamente rappresentato, è come sentirsi dei topi in trappola.

Ciò è evidente.

Volendo allora ricorrere ad un lessico da aula di tribunale, potremmo anche dire che ciò che si va affermando è "pacifico, documentato e non contestato".

Basti guardare ai vari decreti liquidità, rilancio ecc. con i quali, di fatto, è stata “congelata” e sussidiata l'intera economia italiana, rimasta ancora oggi orfana di quelle riforme indefettibili di cui abbiamo tanto bisogno.


Vi sarebbe, dunque, la prova liquida di una “responsabilità” morale e politica di chi ci rappresenta.

“Sussidio”, “sostegno” e “aiuto” sono oramai gli unici termini presenti nel linguaggio politico e normativo; termini che, di fatto, hanno definitivamente surrogato la parola “riforme”.

E ci si riferisce a quelle riforme strutturali che mancano al Paese da circa trent'anni che anche l'Europa, dall'inizio del semestre europeo iniziato nel lontano 2011, ci chiede, insistentemente ma invano.

E tutto ciò si colloca contestualmente nel surreale clima da campagna elettorale vissuto in questi giorni per (l'inutile) referendum sul taglio dei parlamentari e per le elezioni amministrative.

Brindisi finali tra i vincitori ed ubriacature notturne.

Ma il sole continua a sorgere ogni mattina ed i problemi restano irrisolti sul tavolo.

In particolare, i termini per la consegna del piano nazionale di riforma e resilienza (PNRR) da presentare entro aprile prossimo - necessari per poter attingere al fondo Next Generation EU - decorrono inesorabilmente ma di riforme strutturali neppure una parola. Zingaretti, segretario del PD, si limita ad invocare quali riforme la mera richiesta del MES pandemico (come se questo fosse una riforma!) ed una tardiva modifica dei decreti sicurezza che ben poteva (e doveva) essere realizzata già da tempo.

Eppure, la pandemia da COVID-19 sta producendo effetti pesantissimi sul piano economico e sociale; si tratta, infatti, della crisi più grave dal secondo dopoguerra, di dimensioni di gran lunga superiori a quella economico-finanziaria esplosa nel 2007.

Secondo le più recenti previsioni economiche della Commissione europea (luglio 2020 https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-performance-and-forecasts/economic-forecasts/summer-2020-economic-forecast-deeper-recession-wider-divergences_en), complessivamente il PIL dell'UE dovrebbe contrarsi dell'8,3% nel 2020, per rimbalzare nel 2021 ad un tasso di crescita del 6,1%. Per l'eurozona, invece, si prevede una contrazione del PIL dell'8,7% nel 2020 e un rimbalzo del 5,8% nel 2021. Per l'Italia, la Commissione europea stima una contrazione del PIL dell'11,2% nel 2020 e poi un rimbalzo del 6,1% nel 2021.

Inoltre, l'ultimo conto economico trimestrale dell'ISTAT (31 agosto 2020 www.istat.it/it/archivio/246771 ) rileva come, nel secondo trimestre del 2020, il PIL italiano è diminuito del 12,8% rispetto al trimestre precedente e del 17,7% nei confronti del secondo trimestre del 2019, a causa della caduta dei consumi e degli investimenti e della componente estera. Per quanto concerne il tasso di disoccupazione, i più recenti dati Eurostat (settembre 2020 https://ec.europa.eu/eurostat/documents/2995521/10568643/3-01092020-BP-EN.pdf/39668e66-2fd4-4ec0-9fd4-4d7c99306c98), evidenziano un costante aumento nell'UE negli ultimi mesi: è passato dal 6,7% di aprile al 7,2% di luglio (nell'eurozona dal 7,4% al 7,9%) e il trend è previsto in ulteriore peggioramento. In Italia, si sarebbe passati dal 7,3% di aprile al 9,7% di luglio. Anche per l'ISTAT a luglio il tasso di disoccupazione in Italia è salito al 9,7%, mentre tra i giovani (15-24 anni) ha raggiunto il 31,1%.

Nel corso di un'audizione del 1° settembre scorso presso le Commissioni riunite V e XIV Camera e 5 e 14 del Senato (ne abbiamo parlato qui: https://twitter.com/GabrieleIuvina1/status/1305226991407431681), i rappresentanti della Banca europea per gli investimenti (BEI) hanno rilevato che all'interno dell'UE l'Italia è fanalino di coda per crescita del PIL. Negli ultimi 25 anni l'Italia non ha mai superato il 2% di crescita annua; dal 2000 al 2019 l'Italia ha avuto una crescita media dello 0,4%. Pertanto, mentre dal 2000 il PIL francese è aumentato del 32%, quello tedesco del 30,6%, quello spagnolo del 43,4% e quello medio UE (senza l'Italia) del 40,7%, il PIL italiano è cresciuto solo del 7,7%.

Inoltre, il rapporto investimenti/PIL è calato di circa il 4% rispetto al 2007, mentre altri Paesi hanno più che recuperato il gap indotto dalla crisi finanziaria globale. Gli investimenti privati incontrano difficoltà per incertezze e ritardi infrastrutturali, soprattutto nel settore della ricerca e dello sviluppo.

Come detto, sul piano nazionale le uniche azioni si sono limitate all'adozione di misure assistenziali - senza essere accompagnate da alcuna riforma strutturale - tali da comportare un aumento significativo dell'indebitamento netto e del debito pubblico. Per quanto riguarda l'indebitamento netto, la Commissione europea (maggio 2020) ha previsto che per l'Italia si passerà dall'1,6% del PIL nel 2019 all'11,1% del PIL nel 2020; per la Germania dal +1,4% al 7%; per la Francia dal 3% al 9,9%. Per quanto concerne il rapporto debito/PIL, la Commissione europea ha stimato un aumento per l'Italia dal 134,8% nel 2019 al 158,9% nel 2020; per la Germania dal 59,8% al 75,6%; per la Francia dal 98,1% al 116,5%.

Insomma, dati drammatici per l'Italia. E se al contempo non ci fosse stata la politica accomodante della BCE attraverso anche il piano PEPP di acquisto dei titoli di Stato, oggi staremmo sicuramente alle prese con una gravissima crisi finanziaria senza precedenti per il nostro Paese.

Quanto agli aiuti europei, il più importante programma previsto nell'ambito del Next Generation EU è il Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Recovery and Resilience Facility) che, con una dotazione di 672,5 miliardi di euro (360 miliardi di sovvenzioni e 312,5 miliardi di prestiti), avrebbe l'obiettivo di sostenere gli investimenti e le riforme degli Stati membri nell'ambito del Semestre europeo.

Perché allora sono così tanto importanti le riforme strutturali?

Perché ora ce le chiede l'Europa.

Difatti, per poter accedere a questi fondi, gli Stati dovranno predisporre dei Piani nazionali per la ripresa e la resilienza (PNRR - Recovery and Resilience Plan) per definire il programma nazionale di riforme (anche strutturali di correzione dei conti pubblici) ed investimenti per gli anni 2021-23. I Piani saranno valutati dalla Commissione europea in base a una serie di criteri, tra cui: la coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese; il rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro; il contributo effettivo alla transizione verde e a quella digitale.

Inoltre, è anche specificato che nella valutazione, il punteggio più alto deve essere ottenuto seguendo i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese, nonché del rafforzamento del potenziale di crescita, della creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato membro, ma che anche l'effettivo contributo alla transizione verde e digitale rappresenta una condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva. Tra i principi chiave dei piani nazionali, la Commissione indica la stabilità macroeconomica, cioè l'adozione di riforme strutturali per il miglioramento dei conti pubblici.

Il 17 settembre scorso la Commissione europea ha fornito agli Stati le indicazioni sulla redazione dei Piani nazionali di ripresa e resilienza (https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_20_1658). E' ribadito lo stretto legame che intercorrerà tra i Piani ed il semestre europeo: i progetti presentati devono fornire risposta alle sfide individuate nelle raccomandazioni specifiche per

paese approvate dal Consiglio ed essere allineati con le priorità europee.

Cosa significa?

Riforme ed investimenti dovranno essere affrontati in parallelo, concentrandosi sulle sfide e priorità che genereranno l'impatto più duraturo e rafforzeranno il potenziale di crescita, la creazione di occupazione, la resilienza dei sistemi sanitari, la resilienza economica e sociale e la coesione regionale.

Come si può notare, sintomatico, al riguardo, è il frequente ricorso all'uso del termine “riforme”.

Con specifico riferimento all'Italia, andranno, dunque, prese in considerazione le raccomandazioni della Commissione UE 2019 ( https://op.europa.eu/it/publication-detail/-/publication/c93bf53a-3b6b-11e9-8d04-01aa75ed71a1/language-it/format-RDF) e 2020 (https://op.europa.eu/it/publication-detail/-/publication/3107d190-5946-11ea-8b81-01aa75ed71a1/language-it/format-PDF/source-119450920) alle quali si dovrà dare attuazione.In particolare, queste raccomandazioni fanno riferimento alla necessità di "migliorare l'efficienza del sistema giudiziario e il funzionamento della pubblica amministrazione".

Dunque, serve riformare la giustizia e rendere efficiente la PA al più presto.

Inoltre, occorre "attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia e di anzianità nella spesa pubblica e creare margini per altra spesa sociale e spesa pubblica favorevole alla crescita."

Ma l'UE chiede da tempo all'Italia anche ulteriori riforme (bisogna ricordare che l'Italia ha dato piena attuazione solo al 4% delle raccomandazioni specifiche per paese nel periodo 2011- 2018).

Per uno sguardo sintetico d'insieme delle raccomandazioni 2019/2020 e su ciò che non è stato realizzato dall'Italia potete vedere il documento qui:

ANALI COMPARATA EU PNR RF
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Il 15 settembre 2020 il Governo ha trasmesso alle Camere le "Linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza" (https://media2 col.corriereobjects.it/pdf/2020/economia/LINEE_PNRR_ITA.pdf) .

Allo scopo di avviare un dialogo informale con la Commissione europea, nei giorni scorsi il Governo, per il tramite del Ministro dell'Economia Gualtieri, ha annunciato la predisposizione (e la presentazione in Parlamento) di uno schema più articolato di PNRR, recante una previsione razionale ed ordinata dei progetti di investimento e riforma, che sarà trasmesso alla Commissione europea a metà ottobre e che terrà conto sia delle linee guida elaborate dalla Commissione stessa, che delle eventuali valutazioni di indirizzo che saranno formulate dal Parlamento. Tuttavia, non si può non sottacere come le Linee Guida presentate dall'esecutivo siano fin troppo generiche.

In esse, infatti, sono richiamati obiettivi solo molto generali, senza specificare in che misura si intendono correggere le tendenze in atto (cioè le riforme) e senza precisare quante risorse verrebbero assegnate a ciascuno degli obiettivi indicati. Gli obiettivi non sono, poi, corredati di un'analisi sul loro impatto potenziale, sulle grandezze economiche né sulle diverse aree territoriali.

Difetta anche la indicazione di talune riforme strutturali quali, in particolare, quella pensionistica, mentre alla giustizia e alla PA sono dedicate solo poche parole.

Non dobbiamo dimenticare che, in fase di valutazione dei progetti, la Commissione attribuirà una grande importanza alla circostanza che siano indicati tappe ed obiettivi specifici, misurabili, raggiungili, realistici e con scadenze precise. Inoltre, i relativi indicatori dovranno essere rilevanti e solidi. Insomma piani corposi e credibili.

Al riguardo, la Guida offerta recentemente dalla Commissione agli Stati, strutturata in quattro parti, delinea orientamenti aggiuntivi e più specifici e un modello standard per la predisposizione dei Piani.

Nella PARTE IV (impatto complessivo) del Piano si prevede che gli stati dovranno fornire un quadro dell'impatto macroeconomico e sociale del piano stesso insieme ad una valutazione delle prospettive macroeconomiche.

In particolare, i piani dovranno includere, tra l'altro, una stima del loro impatto quantitativo sul PIL (potenziale), sull'occupazione e sulle altre principali variabili macroeconomiche, nonché una stima di come le varie componenti del Piano contribuiranno a mitigare le conseguenze economiche e sociali della crisi e a rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale.

Gli Stati dovranno anche spiegare come e in che misura la componente dovrebbe migliorare rispetto allo status quo, anche attraverso indicatori quantitativi. Infine, dovranno fornire anche prova del fatto che il livello di investimenti pubblici precedente, escluso il contributo non rimborsabile del piano, sarà almeno mantenuto per l'orizzonte del programma.

Insomma, è agile comprendere come il Governo italiano si trovi ancora in una fase molto embrionale con idee molto generiche.

E qui ritorna, come un'onda, il concetto di responsabilità politica.

Perché il Governo, nonostante le varie task force e stati generali che si sono succeduti nei mesi scorsi, ancora latita nel rendere note le future riforme strutturali che dovranno salvare questo Paese?

E' evidente che non si potranno spendere i soldi europei senza avere una visione futura dell'Italia.

Nazione che, tra l'altro, dovrà affrontare anche un ulteriore e grave problema, cioè quello demografico legato all'invecchiamento della popolazione che nei prossimi anni rischia anche di far saltare i conti pensionistici.

Serve, dunque, grande senso di responsabilità politica. Ora, non domani.

Non ci sarà più offerta una seconda possibilità.

Occorre dire la verità ai cittadini sulle riforme anche dolorose da intraprendere ed agire di conseguenza.

Serve assumersi la responsabilità del bonus pater familias.

Come fanno i genitori con i propri figli, se ne sono capaci.

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