L'UE è fortemente dipendente dalla Cina

di Gabriele Iuvinale

Nella fornitura di taluni prodotti l'Unione Europea dipende in modo eccessivo dalla Cina.

Sono 103 categorie di prodotti in cui l'UE ha una dipendenza strategica dalle importazioni cinesi.

Foto MERICS

Lo sostiene uno studio del Mercator Institute for China Studies (Merics) di Berlino.

L'Europa dipende in modo critico dalle importazioni cinesi per i settori farmaceutico, chimico ed elettronico, principalmente da componenti prodotti in aree tecnologicamente meno sofisticate della catena del valore.

La dipendenza dalla vitamina B è particolarmente alta, dove la quota di importazione è del 97,9%. Per l'antibiotico ad ampio spettro cloramfenicolo, la cifra è del 97,4%. La dipendenza è anche molto pronunciata nell'industria elettronica. Molti componenti per prodotti high-tech, come circuiti stampati o diodi, vengono forniti dalla Cina.

Nel corso degli ultimi due decenni, la Cina è divenuta un importante attore economico sulla scena internazionale. Tra il 2000 e il 2019, il volume degli scambi è aumentato di quasi otto volte, raggiungendo i 560 miliardi di euro.

La Cina è ora il secondo partner commerciale dell'UE, dopo gli Stati Uniti, mentre l’UE è il maggior partner commerciale della Cina. Ciò le ha consentito di affermarsi anche quale rilevante attore geopolitico a livello globale. Va anche detto che la crescente domanda di prodotti europei ha reso la Cina anche una destinazione fondamentale per le esportazioni.

La pandemia di Covid-19, poi, ha evidenziato le reciproche dipendenze economiche.

La più grande economia europea, la Germania, è particolarmente legata alla Cina. Lo scorso anno il 48,5% delle esportazioni dai 27 Stati membri dell'UE alla Repubblica popolare è stato Made in Germany. Nel secondo trimestre del 2020, la Cina è diventata per la prima volta il mercato di vendita più importante per le merci di esportazione tedesche. Da gennaio a settembre, la quota della Cina sulle importazioni totali è salita a un record dell'11,3%.. Ciò aiuterà, indubbiamente, l'economia tedesca a riprendersi, prima di altre, dalla crisi da coronavirus.

Gli investimenti cinesi in UE riguardano settori strategicamente importanti, quali l’energia, le telecomunicazioni, i porti e le ferrovie. Oltre la metà di essi, però, è realizzata da imprese cinesi di proprietà dello Stato. E questo è un problema perché ai sensi della normativa UE i sussidi concessi dalla Cina, se forniti da uno Stato membro, sarebbero considerati aiuti di Stato. Questa differenza di trattamento può falsare, dunque, la concorrenza nel mercato interno dell’UE e rende difficile per l’UE garantire parità di condizioni per le proprie imprese e i propri investimenti.

I rapporti commerciali tra Cina ed Europa, dunque, generano benefici, che favoriscono crescita e occupazione, ma anche rischi. Ora questi benefici e rischi sono stati mappati in un recente documento della Corte dei Conti europea, primo nel suo genere.

La Corte, in particolare, individua 18 rischi di natura politica, economica, sociale, giuridica e ambientale, come il fatto che gli Stati membri accumulino un debito eccessivo nei confronti della Cina o che le imprese siano costrette a trasferire tecnologie a tale Paese. L’elenco illustra anche 13 opportunità che si prospettano per l’UE in campo politico ed economico.

Sin dagli anni ottanta, la Cina attua una strategia di investimento che incentiva le imprese cinesi di proprietà dello Stato e le imprese private a investire all’estero in settori strategici. I due pilastri fondamentali di tale strategia sono L’iniziativa per una nuova via della seta sulla connettività e la strategia industriale Made in China 2025.

L’iniziativa per una nuova via della seta, in particolare, è parte integrante della strategia Going Global e promuove la strategia Made in China 2025. Mira, altresì, a potenziare la connettività in cinque settori differenti: politica, infrastrutture, commercio, valute e persone. Alle infrastrutture di connettività è stata assegnata la più alta priorità, con particolare attenzione per trasporti, energia e TI.

L’iniziativa per una nuova via della seta è finanziata principalmente dallo Stato cinese. La Corte dei Conti europea calcola che, alla fine del 2018, i finanziamenti avessero superato i 750 miliardi di USD.

Per la maggior parte, questi strumenti sono di proprietà statale o finanziati a livello nazionale. Tramite tali fonti di finanziamento vengono erogati prestiti agevolati. Si tratta di uno degli aspetti più rischiosi dell'Iniziativa per una nuova via della seta, dice la Corte, perché i finanziamenti vanno a Paesi il cui debito sovrano registra rating inferiori. Potrebbe, quindi, verificarsi il caso che infrastrutture costruite nel quadro dell’investimento, talvolta di importanza nazionale o strategica, passino in caso di insolvenza ai creditori cinesi, soprattutto nei paesi emergenti o in via di sviluppo.

Gran parte di questi prestiti, inoltre, è effettuata da imprese di proprietà dello Stato. Dunque, non è necessario assumere la proprietà dell’infrastruttura, E' più efficace, invece, mantenere all’estero la direzione e le operazioni delle imprese. Ecco perché gli investimenti cinesi nel quadro dell'Iniziativa per una nuova via della seta avvengono principalmente tramite fusioni e acquisizioni di imprese, anziché tramite investimenti in nuovi settori.

Gli studi, comunque, indicano stime di incremento della crescita globale degli scambi (2,8 % e 9.7 % per le economie dei corridoi dell’Iniziativa per una nuova via della seta), degli investimenti esteri (4,97 % degli IDE totali per le economie dei corridoi dell’Iniziativa per una nuova via della seta) e della crescita del PIL mondiale (dallo 0,7 % al 2,9 %).


Molto delicato resta, invece, il capitolo 5G.

Per molti Stati, l’utilizzo di queste attrezzature cinesi rappresenta una potenziale minaccia. Considerata l'esclusiva competenza in materia di sicurezza nazionale, gli Stati dell'UE hanno sinora dato risposte divergenti in tema di cooperazione con la Cina. Alcuni hanno adottato un approccio cauto, continuando però a collaborare con l’azienda tecnologica cinese Huawei per il lancio delle reti 5G, ad esempio in Germania e in Belgio.

In Germania, infatti, secondo i piani per la nuova legge sulla sicurezza informatica, non ci sarà un'esclusione generale di Huawei dall'espansione della rete 5G.

La Repubblica Ceca, invece, ha bloccato la cooperazione con i fornitori cinesi di tecnologia 5G dopo l’allerta diramata nel 2018 dal centro nazionale ceco per la cibersicurezza. La Gran Bretagna, invece, è stato il primo paese in Europa a vietare la tecnologia Huawei dalla sua rete 5G dal 2027.

Recentemente, anche la Svezia ha vietato l'uso della tecnologia Huawei ed ha escluso la società dalla creazione della sua rete 5G.

Va ricordato che a gennaio scorso gli Stati membri dell’Unione Europea, con la collaborazione della Commissione Europea e di ENISA, l’Agenzia dell’Unione Europea per la Cybersecurity, hanno pubblicato un toolbox UE riportante misure di mitigazione ed azioni di supporto, volto a trattare efficacemente ed in modo coordinato i principali rischi delle reti 5G.

Il Governo italiano, intanto, ha un filo diretto con Bruxelles per ancorare tutte le decisioni previste da Golden power e Cybersecurity alle raccomandazioni della tool box Ue per la riduzione dei costi di realizzazione delle reti in Fibra e 5G. Entro aprile del prossimo anno tutti gli Stati membri dovranno sottoporre alla Commissione Ue il proprio piano di adozione e recepimento della toolbox ed entro l'anno successivo bisognerà inviare a Bruxelles un rapporto sulle attività effettuate e lo stato dell'arte dei progetti.

Al di là del 5G, tra Unione Europea e Cina sono comunque in corso negoziati per un accordo globale bilaterale sugli investimenti. Lo scopo è riequilibrare l’apertura del mercato, ovviando ad alcune importanti problematiche concernenti la parità di condizioni e sostituire i trattati bilaterali di investimento stipulati tra la Cina e gli Stati membri con un unico accordo globale.

Purtroppo, gli Stati membri hanno sinora cooperato con la Cina su base bilaterale, spesso in funzione di interessi nazionali e senza informare la Commissione, nonostante esista un obbligo in tale senso. Questo approccio frammentato non favorisce il potere economico di una UE che agisce collettivamente. Bisogna agire in maniere tempestiva e coordinata, dice la Corte, soprattutto in settori in cui un approccio concertato dell’UE potrebbe costituire un vantaggio, come nel caso della sicurezza della rete 5G.

I negoziati UE Cina sono stati avviati nel 2012 e il 9 aprile 2019, in occasione del 21° vertice UE-Cina, le due parti si sono impegnate a compiere i progressi necessari per concludere l’accordo globale sugli investimenti nel 2020.

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