La sfuggente ricerca del liberalismo classico di Francis Fukuyama

Il moderato equilibrio di un "liberalismo classico" che espande la libertà ma non sacrifica nulla è solo una chimera ideologica


di Nicola Iuvinale


Francis Fukuyama occupa una posizione unica nella vita intellettuale.

Il suo libro del 1992, "The End of History and the Last Man", che notoriamente proclamava "la democrazia liberale occidentale come l'ultima forma di governo dell'uomo", può essere sicuramente collocato tra le opere di pensiero politico più ampiamente (spesso ingiustamente) denigrate negli ultimi tre decenni.

Allo stesso tempo, essendo diventato più sensibile alla fragilità del liberalismo, Fukuyama ha prodotto molte delle più grandi opere delle scienze sociali del ventunesimo secolo; in particolare la sua ricostruzione storica delle origini dell'ordine politico (Political Order and Political Decay: From the Industrial Revolution to the Globalization of Democracye) e le cause della decadenza del regime.

Tuttavia, il suo lavoro più recente, "Liberalism and Its Discontents", è istruttivo soprattutto per ciò che rivela sulla strategia retorica del liberalismo contemporaneo. Chiedendo, come tanti commentatori recenti, un ritorno alla moderazione della tradizione “liberale classica”, Fukuyama riesce a svelare lo strano ruolo che il concetto sfuggente di liberalismo classico è arrivato a ricoprire nel discorso politico contemporaneo.

La sua argomentazione di fondo è ormai familiare: l'Occidente è oggi in crisi; e, lo è, soprattutto perché gli stessi liberali si sono allontanati dalla vera tradizione liberale.
Dagli anni '60, la politica si è polarizzata tra un'ostilità libertaria nei confronti del governo, che ha portato alla deregolamentazione finanziaria globale e alla crescente disuguaglianza e un'ossessione progressiva per il riconoscimento delle identità minoritarie, che corrode la coesione offerta da un'identità nazionale condivisa. A loro volta, la disfunzione economica e il declino della coesione, minano il processo politico, generando malcontento culturale e una polarizzazione politica in un ciclo di feedback senza fine.

Per interrompere questo ciclo, Fukuyama insiste sul fatto che dobbiamo tornare ad occupare gli spazi moderati del liberalismo classico, quelli che si unirono per la prima volta nel diciassettesimo secolo dopo le guerre di religione.

Questo è ciò che la filosofa politica Judith Shklar una volta definì "il liberalismo della paura", poiché non consente di concentrare la mente su ciò che conta davvero, come la prospettiva della violenza. In questo scenario, il liberalismo classico abbandona le aspirazioni utopiche, modellando un "regime politico" che avrebbe evitato i peggiori esiti per l'umanità (guerra civile, oppressione violenta), pur non avendo la pretesa di perseguire la perfezione morale come una "questione politica".

È difficile generare consenso politico sul "summum bonum", ma tutti vogliono evitare il coltello del vicino nella schiena (Hobbes) o lo stivale dello stato sul collo (Locke).

Una combinazione di governo forte ma responsabile, limitato dallo stato di diritto e dalla protezione dei diritti individuali, consente un "modus vivendi" in base al quale le persone possono scegliere di vivere e amare come meglio credono, senza imporre la loro visione della "buona e giusta vita" al resto della società.
Secondo Fukuyama, i liberali di destra e di sinistra devono riconquistare questo spirito di moderazione. I "libertari" devono essere portati ad accettare la necessità di un governo forte e di regole sensate, mentre i "progressisti" devono ricordare che un'identità nazionale maggioritaria ha sempre giocato un ruolo nelle democrazie sane.

Ad un certo livello, questa richiesta di moderazione è del tutto ineccepibile. Le complicazioni compaiono solo quando si guarda sotto la superficie.

La prima domanda da porsi è se il liberalismo abbia in sé le risorse per generare questo tipo di moderazione.

Critici recenti come Patrick Deneen hanno sostenuto che la valorizzazione liberale della scelta/autonomia individuale corrode la stabilità sociale, così come i valori comunitari che rendono, in primo luogo, significativa la scelta.

Cosa distingue il matrimonio, se possiamo scegliere di entrarvi e uscirvi in un batter d'occhio, proprio come qualsiasi altra relazione? In effetti, perché subire lo stress di scegliere qualsiasi cosa, se tutte le scelte sono ugualmente arbitrarie e quindi di uguale valore?

Contro Deneen, Fukuyama vuole sostenere che il liberalismo classico è sempre stato perfettamente compatibile con l'autonomia moderata, cioè con una gamma circoscritta di scelte politiche che promuovono la libertà, senza cadere nel radicalismo destabilizzante.

Eppure, mentre Fukuyama ha sicuramente ragione sul fatto che i liberali possano abbracciare un'autonomia moderata, è anche vero che il liberalismo centrista non è un punto stabile, ma storicamente ha avuto la tendenza ad oscillare a sinistra e a destra, attraversando ripetuti cicli di radicalizzazione, estensione e ridimensionamento.

Nel diciottesimo secolo, la triade concettuale liberale della base di diritti, uguaglianza e stato, ha giocato un ruolo negli eccessi della Rivoluzione francese. Più tardi, in Gran Bretagna, le stesse idee hanno generato un'ideologia proto-libertaria del libero mercato, che ha contribuito a far soffrire in patria e generato carestie nelle colonie come l'Irlanda e il Bengala, scoraggiando l'"intervento" economico durante i periodi difficili.

In questi casi, e in molti altri, l'impegno liberale alla moderazione è arrivato solo a posteriori.

E, c'è una buon motivo per questo.

La radice del liberalismo è il latino liber, che denota lo stato di uomo libero piuttosto che servile; sfuma anche in altri significati, come la dissolutezza del libertino che “si spinge troppo oltre” nella sua libertà e finisce nella licenziosità, reso schiavo delle sue passioni. In un certo senso, quindi, l'idea stessa di libertà punta alla propria limitazione. Questo aiuta a spiegare perché la tradizione liberale è sempre stata un po' schizofrenica, combinando il desiderio di una maggiore libertà umana, con la paura di "andare troppo oltre".

Oggi, il marchio del "liberalismo classico" di Fukuyama è arrivato a rappresentare questo "ideale elusivo" e forse impossibile, di una politica liberale che massimizzerebbe la libertà individuale e la crescita economica, senza sacrificare nulla in termini di coesione sociale, cioè senza mai "andare a lontano."

Ma è davvero qualcosa di più di uno svolazzo retorico?

I liberali perseguono la libertà concedendo una zona di scelta autonoma agli individui, o ai gruppi nel caso del liberalismo multiculturale. La scelta, tuttavia, ha davvero valore solo in un contesto di istituzioni e obblighi non scelti.

Scelte banali come, il colore delle scarpe da indossare, non ci sembrano momenti esemplari di vera autonomia, a meno che non abbiamo lottato, almeno una volta nella vita, contro una società che storicamente limitava le nostre scelte sartoriali.

Così, il liberalismo genera aspettative di libertà personale e politica, che emergono attraverso il confronto con una tradizione non scelta.

Non è un caso che negli anni '70 e '80 i migliori filosofi liberali, da Rawls e Rorty a sinistra a Nozick e Hayek a destra, abbiano tutti iniziato a giocare con la parola “utopico” nel descrivere i rispettivi progetti intellettuali.

Il pensiero liberale ci incoraggia a porci la domanda utopica: "Come sarebbe il mondo se i vincoli alla libertà che trovo più fastidiosi fossero rimossi?"

Quando prendiamo una credenza o un'istituzione che sembrava un dato di fatto della natura e la modifichiamo in base alle nostre scelte attuali, allora possiamo essere certi che stiamo agendo in modo autonomo, che la nostra vita non è governata da forze sulle quali non abbiamo controllo. Il liberalismo provoca tali confronti.

Un liberalismo totalmente in pace con il mondo, privo di ogni utopica lite con la vita, sarebbe irriconoscibile.

Inoltre, potremmo chiederci che tipo di moderazione è realmente compatibile con questa posizione verso la libertà? La verità è che è difficile dire in anticipo quali scelte siano prudenti esercizi di libertà e quali se ne allontanino troppo, sfociando nella disintegrazione politica. Ad esempio, John Locke, in una critica al multiculturalismo ante litteram, ha sostenuto che la tolleranza religiosa non può essere estesa a cattolici e atei. Le generazioni successive scelsero di ignorare il consiglio di prudenza di Locke e scoprirono che questi gruppi potevano vivere insieme abbastanza pacificamente, anche se solo dopo alcune esperienze molto dolorose.

D'altra parte, come osserva Fukuyama, la deregolamentazione dell'economia negli anni '80 sembrava all'epoca un'idea perfettamente ragionevole e, in alcuni casi, si è rivelata un discreto successo; ma, è solo dopo "il fatto" che capiamo veramente quanto possa essere disastrosa la deregolamentazione estesa al settore finanziario.
In breve, l'appropriata misura "di moderazione" è evidente solo a posteriori, in retrospettiva. Dall'interno della prospettiva liberale, il limite proprio appare come tale solo dopo che abbiamo affrontato le conseguenze delle nostre decisioni individuali e collettive.

Il liberalismo della paura emerge "dopo" che abbiamo imparato ad avere paura del conflitto civile. Come lo stesso Fukuyama, molti liberali hanno imparato a vedere i pericoli insiti nel proclamare la democrazia occidentale "la forma finale di governo umano", solo dopo che il progetto è stato tentato e fallito.

Perché, ​​altrimenti, il liberalismo dovrebbe imparare a fare pace con gli aspetti non scelti della vita.

Mentre alcuni liberali, come Fukuyama, sembrano perfettamente in grado di farlo su alcune questioni, storicamente si è rivelato molto difficile per il liberalismo generare consenso tra i fautori riguardo alle limitazioni "appropriate alla scelta" o, ad esempio, fare pace con società che scelgono modi non liberali di vita, almeno fino a quando non affrontano le conseguenze indesiderabili della sperimentazione.

L'invito alla moderazione di Fukuyama è lodevole e gran parte della sua diagnosi del nostro momento politico è azzeccata. Tuttavia, nonostante le sue migliori intenzioni, l'equilibrio moderato di un "liberalismo classico" che espande la libertà, ma non sacrifica nulla è solo una chimera ideologica. Il liberalismo esiste per comportarsi in modo anticonformistico (to kick over the traces) anche se spesso sarebbe abbastanza saggio provare a rattoppare le cose dopo "il fatto".

"La storia è la memoria degli stati" e degli uomini.


Fonte: The National Interest. Christopher M. England ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze politiche presso la Johns Hopkins e continua a insegnare e scrivere di politica. Oltre al lavoro accademico, pubblica su varie testate, tra le quali The American Conservative, The Atlantic Council, The National Interest,19FortyfFive e molte altre.

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