Maggiori servizi e minori spese: la fusione dei Comuni è l'arma vincente

G. Iuvinale

Il fenomeno delle fusioni dei comuni è in costante crescita negli ultimi anni, soprattutto nell’Italia settentrionale. Le ragioni di ciò sono state ben documentate in un recente studio pubblicato dal Ministero dell'Interno. Il processo di aggregazione genera una significativa flessione della spesa corrente (quindi, una maggiore capacità di spesa da destinare ai servizi per la cittadinanza) ed una sostanziale riduzione del carico fiscale complessivo, sostiene il Ministero.



Il tema, dunque, è attualissimo e merita importanza, alla luce sia dei minori trasferimenti statali oramai divenuti "strutturali", sia dell'impatto negativo che la crisi pandemica produrrà, drammaticamente, sui conti degli Enti pubblici e delle loro partecipate.


Qualche dato

Al 2020 le fusioni sono complessivamente 141. La maggiore concentrazione, circa l’82%, si rinviene nel settentrione (115 su 141), in contrapposizione con la scarsa rilevanza nel meridione d'Italia (4 su 141). Il fenomeno ha interessato, con maggior frequenza, gli enti con popolazione inferiore a 5.000 abitanti. Delle 141 fusioni, 17 sono costituite da fusioni per incorporazione, mentre il numero dei Comuni cessati ammonta a 329. Ma l'aspetto maggiormente rilevante è il seguente: successivamente ai processi di fusione si genera una riduzione della spesa corrente rispettivamente del 7,51% e del 11,15%.

In sintesi, "per gli enti sorti da fusione emerge una maggiore capacità di spesa da destinare ai servizi per la cittadinanza, anche in conseguenza dei contributi erariali e regionali finalizzati, tenendo conto del blocco della leva fiscale nel periodo considerato".

Dal lato dell’entrata, inoltre, si riscontra, relativamente alla voce Imposte, tasse e proventi assimilati, una flessione, successivamente ai processi di fusione, del 1,40%, a fronte di una sostanziale staticità in ambito nazionale.


Gli incentivi e gli interventi normativi

L'aggregazione dei Comuni è stata favorita negli ultimi anni, principalmente, da due fattori:

  • dall'incremento delle risorse finanziare messe a disposizione

  • dall'adozione, in particolare dal 2012, di un mix misure di carattere ordinamentale

Nel box che segue sono elencati i contributi erariali attualmente erogati a favore delle fusioni di comuni



Mentre per il 2021 i contributi straordinari per le fusioni ammontano ad oltre 76 milioni per 101 enti beneficiari.

Sul piano normativo, un primo pacchetto di misure pro fusione è contenuto nella legge n. 56 del 2014. Tra le misure introdotte figurano, tra l’altro:

  • la previsione, all’art. 1, c. 118, che al comune istituito a seguito di fusione tra comuni aventi ciascuno meno di 5.000 abitanti si applicano, in quanto compatibili, le norme di maggior favore, incentivazione e semplificazione previste per i comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti e per le unioni di comuni;

  • la possibilità sancita all’art. 1, c. 119, per i comuni istituiti a seguito di fusione, di poter utilizzare i margini di indebitamento consentiti dalle norme vincolistiche in materia a uno o più comuni originari e nei limiti degli stessi, anche nel caso in cui dall’unificazione dei bilanci non risultino ulteriori possibili spazi di indebitamento per il nuovo ente;

  • la previsione per la quale l'istituzione del nuovo comune non priva, tra l’altro i territori dei comuni estinti dei benefìci che a essi si riferiscono, stabiliti in loro favore dall'Unione europea e dalle leggi statali. Il trasferimento della proprietà dei beni mobili e immobili dai comuni estinti al nuovo comune è esente da oneri fiscali (art. 1, c. 128);

  • la possibilità, per le regioni, nella definizione del patto di stabilità verticale, di poter individuare idonee misure volte ad incentivare le unioni e le fusioni di comuni, fermo restando l’obiettivo di finanza pubblica attribuito alla medesima regione (art. 1, c. 131);

  • la possibilità, per i comuni risultanti da una fusione, di mantenere tributi e tariffe differenziati per ciascuno dei territori degli enti preesistenti alla fusione non oltre il quinto esercizio finanziario del nuovo comune (art. 1, c. 132).

La fusione tra Comuni, dunque, è una possibile "soluzione alle diseconomie di scala ed alla rigidità di bilancio che caratterizzano gli enti di minore dimensione demografica, consentendo di liberare risorse a vantaggio delle collettività locali attraverso le quali realizzare, unitamente alle maggiori risorse messe a disposizione dal sistema in virtù dei contributi finalizzati, un efficientamento dei servizi".

Per questo, lo scorso 20 febbraio è partita la proposta avanzata dalla Fccn (Fusione Comuni Coordinamento Nazionale) nei confronti dell’attuale Presidente del Consiglio, Mario Draghi. L’oggetto della richiesta si aggancia all'obiettivo che il Premier ha presentato, ossia la “semplificazione” per il rilancio e la modernizzazione del Paese, come nei processi decisionali, così nelle procedure operative.

Le proposte avanzate suggeriscono di cancellare o aumentare sensibilmente il tetto di due milioni di euro per ogni fusione, aumentare i contributi a sostegno della fusione, introdurre premialità per i comuni fusi nella valutazione di bandi statali ed europei ed infine, prevedere l’anticipo di una parte delle risorse destinate al nuovo comune, al fine di finanziare prematuramente l’operatività delle fusioni, così che abbiano competenze tecniche e professionali e che garantiscano, senza discontinuità, servizi quotidiani e prestazioni professionali ai cittadini.

Ristrutturare “il sistema Paese” e renderlo più moderno. A questo, dunque, può contribuire in modo significativo lo strumento aggregativo.

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