Polexit: il caso Polonia è la cartina di tornasole di una UE sempre più fragile

La Corte costituzionale polacca ha deciso: il diritto costituzionale nazionale è prevalente rispetto a talune norme del Trattato europeo


g iuvinale

Dopo che la decisione era stata più volte rinviata, la Corte costituzionale polacca ha pronunciato ieri una sentenza che segna il culmine di un contenzioso con l'Unione Europea sul presunto mancato rispetto dello Stato di diritto da parte della Polonia.



La decisione è dirompente: secondo la Corte polacca, talune norme del diritto europeo risultano essere incompatibili con la Costituzione del Paese, in particolare quelle che incidono sul sistema giudiziario interno (indipendenza dei magistrati).

"Il tentativo della Corte di giustizia europea di interferire nel sistema giudiziario polacco viola (...) la regola del primato della costituzione e la regola che la sovranità è preservata nel processo di integrazione europea", afferma la pronuncia.

La Polonia non ha ceduto la sua sovranità quando ha aderito all'Unione Europea, dice la Corte. Questo il passaggio:

Il diritto comunitario, attraverso la sua interpretazione da parte della Corte di giustizia dell'Unione europea, raggiunge una "nuova fase" in cui:
a) gli organi dell'Unione europea operano al di fuori dei limiti dei poteri conferiti dalla Repubblica di Polonia nei trattati
b) la Costituzione non viene considerata la legge suprema della Repubblica di Polonia, avente priorità di validità e applicazione
c) la Repubblica di Polonia non può funzionare come stato sovrano e democratico.

Il procedimento davanti alla Corte Costituzionale era stato avviato a luglio dal Primo Ministro polacco, Mateusz Morawiecki, per agire contro la sentenza della Corte di giustizia del 2 marzo scorso, che obbligava la Polonia a disattendere le disposizioni interne, in particolare quelle sul Consiglio nazionale della magistratura, perché in violazione del diritto eurounitario. Nella sentenza, i massimi giudici europei hanno rilevato che il diritto dell'UE può costringere gli Stati membri ad ignorare (disapplicando) singole disposizioni del diritto nazionale, anche se si tratta di diritto costituzionale. In particolare, secondo la Corte di giustizia la procedura prevista per la nomina dei giudici della Corte suprema polacca viola il diritto dell'UE. E ciò significa che la Corte potrebbe costringere la Polonia ad abrogare parti della controversa riforma giudiziaria (legge sulla KRS modificata nel luglio 2018) adottata dal Governo nazionale.

Va detto, poi, che a causa delle passate riforme della magistratura polacca, la Commissione Ue ha aperto diverse procedure d'infrazione contro il Governo di Varsavia ed ha intentato azioni legali presso la Corte di giustizia europea (tra tutte causa C-204/21 R e C-791/19) che hanno portato a condanne della Polonia.

Per il momento, la sentenza della Corte costituzionale polacca è stata annunciata oralmente, ma la decisione diventerà giuridicamente vincolante ai sensi della legge polacca solo dopo essere stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale.


Ed ora?

Con la sentenza della Corte Costituzionale è chiara la strada che vorrebbe prendere il primo Ministro polacco: avviarsi verso una polexit, dove la Polonia (furbescamente) resta nell'UE, continuando a beneficiare dei vantaggi economici senza più sottostare alle sentenze della Corte di Giustizia Europea.

Sarebbe, dunque, logico che la Commissione Ue reagisse subito alla sentenza della Corte costituzionale bloccando a tempo indeterminato i fondi alla Polonia.

Intanto, ieri sera Didier Reynders, Commissario europeo per la giustizia, in un comunicato ufficiale ha fatto sapere che la Commissione non esiterà ad avvalersi dei poteri conferitigli dai trattati per salvaguardare l'applicazione uniforme e l'integrità del diritto dell'Unione.

Ma l'UE è fragile, molto. La sua governance, incentrata prevalentemente sulla volontà degli Stati in Consiglio, si è spesso manifestata incapace di reagire.

Cosa aspettarsi, allora?

Probabilmente la Polonia pagherà una multa al termine della procedura di infrazione.

Ma l'UE avrebbe una carta da giocarsi: il meccanismo per proteggere il bilancio dell'Unione in caso di violazioni dello stato di diritto a cui, guarda caso, proprio Polonia ed Ungheria avevano originariamente manifestato una netta opposizione, in virtù del timore che la Commissione, organo a loro dire non imparziale, potesse utilizzare la condizionalità in modo arbitrario e come strumento di pressione politica.

Dunque, al di là delle parole del Commissario Reynders, non resta altro che attendere una risposta dell'UE: o bloccare tutti i fondi europei alla Polonia, oppure spalancare definitivamente le porte alla deriva autoritaria dell'Europa, peraltro pericolosamente già in essere.



81 visualizzazioni0 commenti