Sanità calabrese: fallirà anche il piano per il Sud di Provenzano

Il vergognoso caso della sanità calabrese - conclusosi con le dimissioni del Generale Saverio Cotticelli, ex Commissario ad acta della sanità nominato dal Governo Conte, e con la sua sostituzione con Zuccatelli - al netto delle indubbie corresponsabilità anche dell'esecutivo, non possiamo e non dobbiamo registrarlo, ed archiviarlo, quale ennesimo caso di mala politica. Sarebbe riduttivo e fors'anche scorretto. Commetteremmo un grave errore. Come pure ingiusto sarebbe mettere la croce, di questa sciagurata vicenda, esclusivamente sulle spalle di Cotticelli, facendone la solita vittima sacrificale di una politica incapace e dannosa. E questo è, purtroppo, quanto il Governo Conte ha già fatto in questo fine settimana. Trovato il capro espiatorio, si può archiviare, tranquillamente, la vicenda ed andare avanti. Un déjà vu tipico di una politica irresponsabile e dissociata dalla realtà, qual'é appunto quella nostrana.

E no, troppo facile. Ora basta!

Lo spettacolo al quale abbiamo assistito in questi giorni è indegno.

Serve, allora, ricorrere ad una differente chiave di lettura.

Immaginiamo lo Stato italiano come una piramide. La vicenda calabrese rappresenta, evidentemente, solo la punta dell'iceberg. E l'iceberg, che ormai ha squarciato la “scatola di tonno” sulla quale lo Stato, senza più un comandante "vero", galleggia pericolosamente in balia delle onde, sarebbe, appunto, una macchina amministrativa inefficiente, costosa e “gestita”, anche livello apicale, da un politica inetta e non più accettabile.

Non stiamo qui a ricordare cosa potrebbe essere fatto per risolvere questo drammatico problema. Una Pubblica Amministrazione, latu sensu intesa, che si autovaluta non è, oggettivamente, credibile e finisce per essere inevitabilmente autoreferenziale, dissociandosi dalla realtà. Ormai non è più rinviabile una riforma che dovrebbe portare, almeno, alla costituzione di un organismo terzo al quale affidare la valutazione delle performance, con relativi poteri sanzionatori. Merito e licenziamenti. Sarebbe il minimo. Come pure non è più differibile un intervento teso ad escludere le nomine politiche nella sanità. O la stessa riforma di una giustizia al capezzale, alla quale non vuole neppure più rivolgersi il suo gestore, lo Stato appunto, a causa delle sue inaccettabili lungaggini (pensiamo, ad esempio, al caso Autostrade).

D'altra parte, un Paese che deve, sistematicamente, ricorrere alle nomine commissariali, altro non è che la plastica dimostrazione di uno Stato che non sa (o forse sarebbe meglio dire che "non vuole") risolvere questi gravi problemi e preferisce, quindi, bypassare il tutto ricorrendo all'istituto della nomina commissariale (di pura invenzione emergenziale), derogatorio di norme giuridiche aventi finalità di tutela del mercato e della libera concorrenza (si pensi, ad esempio, al caso Arcuri, Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19 al quale il Parlamento ha attribuito il potere di agire in deroga a qualsiasi norma, ad eccezione dei principi costituzionali e delle cogenti regole europee).

Una inefficienza, quindi, non più tollerabile con un costo, peraltro, diventato oramai insostenibile per la collettività.

Serve un immediato cambio di rotta.

Idem per il problema criminalità, mai risolto dallo Stato.

E qui sorge legittima una domanda.

Se non si risolvono preliminarmente questi problemi, come si può pensare di poter attuare il Piano per il Sud proposto dal Ministro Provenzano (attualmente anche Vice direttore dello Svimez)? Piano, ripetiamo, che prevede la destinazione di corposi fondi pari a 123 mld e l'assunzione di oltre 10.000 persone nella PA?

Lo stesso Svimez, in tutti i suoi rapporti, sottolinea che l'arretratezza del Sud è direttamente imputabile soprattutto alle inefficienze della macchina amministrativa regionale e comunale. Ovvio, anche un bambino capirebbe che dare soldi a pioggia, senza avere risolto questi problemi, vorrebbe dire buttar via, come già accaduto, fior fior di miliardi per inefficienze e clientelismi. Oltre al fatto che andrebbero anche nelle mani delle mafie.

Ed ora non possiamo proprio permettercelo.

Ecco, allora, che dinanzi a fatti oggettivi, come quello della sanità calabrese (che rappresenta una sorta di cartina di tornasole), la distorta “teoria” che sta a base delle politiche per il Sud patrocinate da Giuseppe Provenzano e da Emanuele Felice, consulente economico del PD, non può che essere, inevitabilmente, fallace.

Ed artatamente strumentale va considerata anche la congettura, sostenuta dai medesimi, secondo cui il Sud Italia rappresenterebbe la parte più sofferente del Paese a causa ed in conseguenza di uno Stato "cattivo" che privilegerebbe investire di più al Nord.

Anche tale assunto è stato dimostrato essere non corrisponde al vero.

L'Osservatorio per i Conti pubblici Italiani, difatti, in un suo recente studio ha dimostrato, conti alla mano, che il Mezzogiorno avrebbe ricevuto un trattamento più generoso del resto dell’Italia. A livello aggregato, si legge, questa maggiore spesa pro capite equivarrebbe a circa 28,6 miliardi all’anno.

No, non ci siamo proprio!

E, ripetiamo, questo Stato non è in grado di gestire, efficientemente, più nulla!

Serve un cambio di rotta immediato che metta l'impresa, e la libera concorrenza, al centro delle politiche economiche.

Occorre fare ciò che questo Paese, governato da comunisti chic e gruppi di potere attaccati alla mammella statale, ha da sempre ripudiato: attuare un sano e meritorio liberismo economico.

Serve creare lavoro ed agire sui fattori della produttività, rinnegando tutte quelle teorie che vorrebbero più Stato nell'economia. Teorie, che l'attuale situazione italica ne dimostra ogni giorno il completo fallimento.

C'è bisogno di ridare dignità e libertà al cittadino.

E ciò lo si può fare solo con il lavoro e l'impresa.

E' necessario, dunque, affrancarsi al più presto da questa politica “malata” che vuole una società parassitaria e sussidiata dove il cittadino diviene, inevitabilmente, un suddito di persone e non di leggi.

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