WTO: la Cina può imporre dazi (in ritorsione) alle importazioni USA

L'Organizzazione mondiale del commercio ha assegnato una nuova vittoria alla Cina: potrà imporre dazi su 645 milioni di dollari di importazioni annuali statunitensi in risposta a quelli USA ritenuti illegittimi


G Iuvinale

Dopo una lunga controversia antidumping, mercoledì scorso (26 gennaio) l'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) ha consegnato alle parti in causa, con decisione non impugnabile, il provvedimento arbitrale che sancisce la definitiva vittoria della Cina che potrà ora imporre dazi su 645 milioni di dollari di importazioni annuali USA.

Il contenzioso verteva sul cosiddetto livello di contromisure che la Cina può richiedere in merito ai dazi compensativi statunitensi (CVD) su determinati prodotti cinesi.

La cifra di 645 milioni di dollari è indicata nella decisione (di 87 pagine) emessa da un arbitro dell'OMC.



La controversia risale al 2012, quando il WTO ha istituito un gruppo di esperti (panel) per cercare di dirimere una denuncia presentata dalla Cina la quale sosteneva che i dazi imposti dagli USA - su prodotti che andavano dalla carta ai pneumatici sino ai pannelli solari - fossero iniqui.

Il 14 luglio 2014 il DSB panel (l'Organo di risoluzione delle controversie) si è pronunciato a favore della Cina e la sentenza è stata successivamente confermata dai giudici d'appello nel 2014 - giudizio di secondo grado attivato da Pechino, nel quale gli USA hanno presentando un ricorso incidentale - aprendo così la strada alla ritorsione commerciale della Cina.

L'odierna decisione, che giunge a distanza di qualche anno dall'inizio dell'ulteriore fase di contenzioso, è stata pronunciata a seguito di un deferimento arbitrale (collegio composto da tre arbitri) dopo che il 28 ottobre 2019 il Presidente del DSB aveva deciso che la questione sollevata dagli Stati Uniti doveva esere sottoposta, appunto, ad arbitrato ai sensi dell'articolo 22.6 della DSU (Allegato 2 dell'accordo istitutivo del WTO che contiene l'Intesa sulle norme e le procedure che regolamentano la risoluzione delle controversie - Dispute Settlement Understanding).

Pechino inizialmente aveva chiesto di poter imporre tariffe annuali su $ 2,4 miliardi di prodotti statunitensi, ma nel corso del giudizio la richiesta è stata ridotta a $ 788,75 milioni.

Gli Stati Uniti, invece, avevano sostenuto che il livello appropriato non doveva superare i 106 milioni di dollari l'anno.

Va detto che la WTO consente agli Stati l'applicazione, in determinate circostanze, di adottare misure di difesa commerciale per fronteggiare eventuali pratiche sleali degli esportatori stranieri. Si tratta, in particolare, delle disposizioni relative all'antidumping e quelle destinate a proteggere i produttori nazionali contro i beni importati che hanno goduto, nel Paese di origine, di aiuti statali. Il dumping (che, per l'accordo specifico allegato alla WTO, consiste nell'esportazione di un prodotto a un prezzo inferiore rispetto a un valore normale, che si identifica, di norma, con il prezzo del bene nel mercato di origine) non è vietato dalla WTO. Esso è, invece, considerato scorretto da parte degli Stati nazionali, che, quando ne verificano l'esistenza, hanno la possibilità di applicare dazi aggiuntivi nei confronti dei prodotti per i quali un'inchiesta ha stabilito l'esistenza del dumping e il danno per l'industria nazionale.

La decisione arbitrale WTO di mercoledì scorso, però, non è la prima che consente alla Cina di reagire ai dazi antidumping statunitensi (ritenuti illegittimi secondo le regole del commercio internazionale).

A seguito di una precedente vertenza, nel 2019 un arbitro del WTO aveva consentito alla Cina di imporre dazi fino a 3,6 miliardi di dollari alle importazioni provenienti dagli USA. Dazi, però, che la Cina non ha ancora concretamente applicato in ritorsione.

Va anche detto che gli USA si sono lamentati a lungo del sistema di risoluzione delle controversie in seno al WTO, in particolare di quelle in fase d'appello, sostenendo un trattamento iniquo nei suoi riguardi. Per questo, Donald Trump nel 2019 aveva bloccato la nomina di nuovi giudici presso l'organo d'appello.


I documenti di causa qui e qui.


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