Draghi: due piccioni con una fava?

Gabriele Iuvinale

Il recovery plan, ossia il piano che dovrà definire il pacchetto di riforme ed investimenti pubblici, non potrà avere solo una valenza pecunaria, ossia di spesa su progetti, come, invece, finora sembrava possedere. Deve, in verità, essere accompagnato da riforme divenute ormai ineluttabili. Riforme, che il Governo precedente non era in grado o, piuttosto, non voleva proprio affrontare.

Inoltre, i fondi europei che alimentano il piano sono in larga parte prestiti. Ma anche la quota di sussidio, che grava sul bilancio della UE, ha in fondo un “corrispettivo”, essendo il nostro Paese un contributore dell'Unione. Spenderli male, quindi, è un rischio che non possiamo permetterci.

E' indubbio, allora, che con Mario Draghi il Piano di recupero potrà divenire il punto di partenza per riscrivere il futuro del nostro Paese. Rappresentare, cioè, una sorta di grimaldello per “scardinare” quegli “equilibri” (non disequilibri!) che da almeno trenta anni bloccano la nostra crescita.

È necessario agire adesso, dicono i tecnici più avveduti. Tassi di interesse bassi, associati ad una scadenza del debito relativamente lunga, non mettono in pericolo le dinamiche del debito nel breve termine. Il Recovery Fund offre, quindi, un’opportunità fondamentale per accelerare sulla crescita. Lo ha detto qualche giorno fa il Governatore di Banca d'Italia, Ignazio Visco, al 27° Congresso Assiom Forex, precisando che gli interventi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza devono essere volti ad accrescere il potenziale di crescita. La sfida per le amministrazioni pubbliche non è di poco conto, ha affermato. L’attuazione del Piano rischia di non essere sufficiente a garantire un innalzamento duraturo del ritmo di crescita se non sarà accompagnata da riforme che sciolgano i nodi che frenano lo sviluppo e l’investimento privato.

Servono riforme strutturali, dunque. Riforme, che dovranno ab origine essere ben individuate e, contestualmente, avviate insieme al Piano, accompagnandolo, di pari passu, anche in fase esecutiva. E Mario Draghi rappresenta la garanzia che ciò potrà avvenire. Anzi, a ben vedere, Draghi è anche l'uomo giusto al momento giusto. Colui che con una fava potrà prendere due piccioni. Riformare l'Italia e portare l'Europa sulla strada di un generale, e necessario, ripensamento delle rigide regole di austerità. Egli, difatti, concepisce l'Europa come una entità in fieri, dinamica, adattabile ai cambiamenti. Lo ha detto apertamente questa estate intervenendo al Meeting di Rimini. E se la politica italiana lo sosterrà, anche nel portare avanti le necessarie riforme, allora, aumenterà, inevitabilmente, anche il nostro peso negoziale in seno agli organismi europei. Geopolitica, quindi. E per potersi sedere, insieme a Francia e Germania, nei tavoli che contano, Draghi dovrà presentare l'Italia con tutte le “carte in regola”. Investimenti e riforme per salvare l'Italia e rinnovare insieme anche l'Europa.


La cornice europea degli aiuti

Il Next Generation EU (NGEU), istituito dal regolamento (UE) 2020/2094, costituisce il nuovo strumento dell'Unione europea per la ripresa. Integra il Quadro finanziario pluriennale per il periodo 2021-2027, cioè nuovo bilancio europeo stabilito dal regolamento UE, Euratom 2020/2093. Porta in dote risorse per complessivi 1.085,3 miliardi.

Gli importi del Next Generation EU saranno erogati tramite sette programmi, sotto forma di prestiti (360 miliardi di euro) e sovvenzioni (390 miliardi di euro).

Il Dispositivo per la ripresa e la resilienza, Recovery and Resilience Facility- RFF, sarà interamente finanziato dal Next Generation EU. Con 672,5 miliardi di euro (360 in prestiti e 312,5 in sovvenzioni), il RFF rappresenta il più importante strumento previsto nell’ambito di Next Generation EU. Assorbe, infatti, quasi il 90% della sua dotazione totale.


I Piani nazionali per la ripresa e la resilienza - PNRR

Per accedere ai fondi europei l'Italia, come ogni altro Stato membro dell'UE, deve predisporre un piano ad hoc: il cosiddetto Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR - Recovery and Resilience Plan).

Il Piano dovrà essere presentato entro il 30 aprile prossimo.

Sul piano sostanziale, il documento deve essere elaborato rispettando rigide condizionalità.

Sinteticamente, il Recovery Plan:

  • deve spiegare come rappresenti una risposta globale alla situazione economica e sociale dello Stato e dettagliare i progetti, le misure e le riforme previste nelle seguenti aree di intervento riconducibili a sei pilastri: 1) transizione verde; 2) trasformazione digitale; 3) crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, compresi coesione economica, occupazione, produttività, competitività, ricerca, sviluppo e innovazione e un mercato unico ben funzionante con PMI forti; 4) coesione sociale e territoriale; 5) salute e resilienza economica, sociale e istituzionale, anche al fine di aumentare la capacità di reazione e la preparazione alle crisi; 6) politiche per la prossima generazione, infanzia e gioventù, incluse istruzione e competenze;

  • essere coerente con le sfide e le priorità specifiche per Paese individuate nel contesto del Semestre europeo, e segnatamente nelle raccomandazioni specifiche per Paese e nella raccomandazione del Consiglio sulla politica economica della zona Euro

  • dedicare almeno il 37% della dotazione al sostegno della transizione verde, compresa la biodiversità;

  • destinare almeno il 20% alla trasformazione digitale;

  • fornire una dettagliata spiegazione delle modalità con le quali il Piano intende rafforzare il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza sociale, istituzionale ed economica, anche attraverso la promozione di politiche per infanzia e gioventù; attenuare l'impatto sociale ed economico della crisi, contribuendo all’attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali e rafforzando la coesione sociale, economica e territoriale e la convergenza all’interno dell’Unione; contribuire alla parità di genere e alle pari opportunità;

  • dare conto delle misure nazionali volte a prevenire, individuare e correggere corruzione, frode e conflitti di interesse, quando si utilizzano i fondi forniti nell'ambito del Dispositivo, comprese le disposizioni volte ad evitare il doppio finanziamento da altri programmi dell'Unione.

I criteri di valutazione dei Piani nazionali

I Piani vengono valutati dalla Commissione Europa la quale formula al Consiglio una proposta di decisione di esecuzione. Il Consiglio li approva a maggioranza qualificata. I piani devono essere coerenti con:

  1. le raccomandazioni specifiche per Paese che ci vengono date nel semestre europeo

  2. il rafforzamento del potenziale di crescita,

  3. la creazione di posti di lavoro e della resilienza sociale ed economica dello Stato.

Anche l'effettivo contributo alla transizione verde e digitale rappresenta una condizione preliminare ai fini di una valutazione positiva.

I mali atavici dell'Italia

La mancanza di crescita

Il problema principale dell'Italia è la mancanza di crescita che si protrae da oltre 30 anni.

E la pandemia ha aggravato una situazione già fortemente compromessa perché la nostra economia non ha ancora recuperato i postumi della doppia recessione connessa con la crisi finanziaria globale e con la crisi del debito dell’area dell’euro.

Negli ultimi 25 anni l’Italia non ha mai superato il 2% di crescita annua. Dal 2000 al 2019 il nostro Paese ha avuto una crescita media dello 0,4%..

Mentre dal 2000 il PIL francese è aumentato del 32%, quello tedesco del 30,6%, quello spagnolo del 43,4% e quello medio UE (senza l’Italia) del 40,7%, il PIL italiano è cresciuto solo del 7,7%.

Secondo le ultime raccomandazioni europee, a livello macroeconomico l'Italia rientra tra i paesi che presentano gli "squilibri eccessivi", insieme a Cipro e alla Grecia.

Le cause del ristagno

Da tanti anni ci si interroga sulle ragioni della decrescita. Al contrario di quanto sostengono i sovranisti, il problema non è l’euro. Negli ultimi due decenni, infatti, il PIL pro capite dell’area dell’euro - esclusa l’Italia- è cresciuto in linea con quelli degli Stati Uniti e del Regno Unito.

La decrescita dipende da vari fattori e la lista è lunga.

  • Incertezza politica e ingovernabilità. Negli ultimi 160 anni ci sono stati 131 Governi. Una media di uno ogni un anno e tre mesi. La politica ha fatto finta di governare. Si è limitata alla ordinaria amministrazione di un Paese che ha deciso di surrogare la crescita economica con politiche monetarie e di bilancio. Cioè, debito pubblico e tasse, il linea con una ideologia prevalentemente statalista.

  • Incertezza normativa ed iperburocrazia asfissiante. In Italia si stima vi siano 160.000 norme, di cui 71.000 promulgate a livello centrale e le rimanenti a livello regionale e locale. In Francia, invece, sono 7.000, in Germania 5.500 e nel Regno Unito 3.000 (dati CGIA). La responsabilità di questa iper legiferazione è ascrivibile alla mancata abrogazione delle leggi concorrenti e al fatto che il nostro quadro normativo negli ultimi decenni ha visto aumentare esponenzialmente il ricorso ai decreti legge e legislativi che, per essere operativi, richiedono l’approvazione di numerosi decreti attuativi. Inoltre, secondo le analisi delle Istituzioni comunitarie, una delle principali difficoltà riscontrate dagli operatori economici privati, in particolare dalle PMI, nell'accesso alle attività di servizi e nel loro esercizio è rappresentato dalla complessità, dalla lunghezza e dall'incertezza giuridica delle procedure amministrative. Nei confronti dell’Italia, è stato più volte reiterato dall'Unione Europea l’invito ad intervenire in sede legislativa attraverso riforme volte a migliorare l'efficienza della pubblica amministrazione (cfr. Consiglio dell’Unione europea Raccomandazione del 9 luglio 2019 sul PNR 2019 dell’Italia, CSR. n. 3) e a rimuovere gli eccessivi ostacoli burocratici amministrativi per le imprese (cfr. Commissione Europea, Relazione per Paese relativa all'Italia 2020 (cd. Country Report 2020) del 26 febbraio 2020.

  • Scarsa qualità dell’azione della PA. La qualità dei servizi pubblici non è sempre adeguata e presenta ampie differenziazioni territoriali. Ad esempio, quanto all'utilizzo dei fondi europei l'Italia si colloca al penultimo posto tra i Paesi UE ed è ultima in tempistica.

  • Tempi lunghi della giustizia civile. L'Italia ha tempi di durata del processo civile doppi rispetto alla Spagna e tripli riguardo alla Germania. Ciò è inaccettabile. Si stima che una giustizia efficiente possa far recuperare dai 15 ai 40 miliardi di crescita Pil l'anno in termini di nuovi investimenti.

  • Aspetti demografici. Possiamo dire che dove dominano le paure, vanno via i giovani e si fanno meno figli. Dalla grande crisi finanziaria, il tasso di fertilità si è ridotto. Con una popolazione in calo, un debito pubblico elevato ed una assenza di crescita economica, l'Italia attualmente rappresenta l'Argentina europea. Un grande passato in dissolvimento. Tutto ciò rende, di conseguenza, fortemente insicuro anche il mantenimento degli impegni sul fronte previdenziale.

  • Investiamo poco. Nel decennio 2009-2019 in Italia la spesa pubblica per investimenti è calata dal 3,7% al 2,2% del PIL (media UE diminuita solo dal 3,7% al 3,0%). Anche gli investimenti privati incontrano difficoltà per incertezze e ritardi infrastrutturali, soprattutto nel settore Ricerca e Sviluppo.

  • Modello di sviluppo in termini di capitale umano, dimensione d’impresa e specializzazione tecnica e produttività. Per l’attività di ricerca e sviluppo spendiamo relativamente poco e abbiamo pochi ricercatori. Anche a causa della ridotta dimensione di impresa, la spesa privata in rapporto al PIL è circa la metà della media OCSE (0,9 per cento contro 1,7) e anche l’investimento pubblico è relativamente basso. Inoltre, il numero di brevetti in rapporto al PIL è meno della metà di quello dei paesi OCSE (1,4 contro 3 brevetti per miliardo). Abbiamo imprese in media relativamente piccole, che faticano a innovare, a imporsi sui mercati internazionali, a crescere di dimensione. Queste hanno spesso una governance di tipo familiare, che non sempre favorisce l’innovazione e un’adeguata scelta del management.

  • Istruzione. Secondo Banca d'Italia, abbiamo molte buone scuole, molte buone università, moltissimi bravi studenti, ma nel complesso studiamo relativamente poco e la qualità dell’apprendimento presenta vari problemi, a partire dagli ampi divari territoriali che la caratterizzano. La gravità della situazione è evidente se si considera che l'Italia è al penultimo posto nell’OCSE per la quota di laureati nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni (28%, a fronte di una media del 44, con valori superiori al 60 per il Canada, il Giappone e la Corea del sud). L’Italia è, inoltre, al primo posto per la percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione (oltre due milioni: il 22 per cento della popolazione in questa fascia di età, il 33 per cento nel Mezzogiorno).

  • Disoccupazione giovanile. Il tasso di giovani non occupati né inseriti in un percorso di istruzione o formazione (NEET) è ancora tra i più elevati dell'UE (19,2 % nel 2018, a fronte di una media UE del 10,5 %).

  • Concorrenza e liberalizzazioni. Nonostante la UE ci chieda da almeno un decennio di intervenire, i miglioramenti in questo campo sono pressoché nulli

  • Pressione fiscale relativamente elevata.

  • Pesante cuneo fiscale sul lavoro.


La priorità è la crescita economica

È evidente che è necessario recuperare un tasso di crescita adeguato per il futuro dell’occupazione, del benessere e della gestione del debito pubblico.

Per fare ciò, come detto, occorrono sia investimenti che riforme.


Le riforme più urgenti

  • occorre una drastica semplificazione burocratica

  • serve una amministrazione pubblica snella e moderna con riforme organizzative, di gestione e di incentivi del personale. Insomma, una PA che non sia più autoreferenziale ma che si confronti anche con il mercato

  • è necessaria una efficace riduzione dei tempi della giustizia civile

  • è indispensabile la riforma del mercato del lavoro

  • serve favorire concorrenza e liberalizzazioni. Vanno affrontare le restrizioni alla concorrenza, in particolare nel settore del commercio al dettaglio e dei servizi alle imprese.

Gli investimenti

  • migliorare la qualità e quantità dell’istruzione. E' necessario colmare i ritardi esistenti nei livelli di istruzione e di apprendimento. Investire in istruzione e competenze è essenziale per migliorare i risultati economici

  • accrescere gli investimenti privati e pubblici

  • favorire gli incentivi, specialmente quelli che incoraggiano le imprese a innovare e rinnovare il proprio capitale produttivo (ad esempio Industria 4.0)

  • aumentare la spesa in ricerca e sviluppo e accelerare l’innovazione

  • facilitare l’aumento della dimensione delle imprese e recuperare i divari tra il Mezzogiorno e il resto del Paese.

  • attenzione particolare verso i giovani. Servono sforzi importanti per far fronte al problema della disoccupazione giovanile. In questo contesto sono fondamentali le riforme delle politiche attive per il mercato del lavoro.

  • l'erogazione dei sussidi deve essere rivista. Gli strumenti di welfare sono essenziali in un progetto di rilancio dell’economia italiana.

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