Il dominio USA sta finendo. Nasce il nuovo dis-ordine mondiale. L'Eurasia con Cina, Russia e Iran

Stiamo assistendo al declino epocale del potere globale americano e con esso dell'ordine liberale dalle Nazioni Unite, che avrebbe dovuto promuovere una lunga era di pace e prosperità senza precedenti. L'occidente liberale, difetta da lungo tempo, di una reale comprensione della geopolitica, che è stato, ed è, lo strumento essenziale di ogni grande leader (o coalizione di leader) per l'esercizio efficace del controllo globale. Alfred McCoy, in un suo bellissimo articolo, fa ciò che gli esperti di politica estera statunitense, dentro e fuori il governo, avrebbero dovuto fare, ma non hanno fatto: esaminare gli ultimi sviluppi in Eurasia, attraverso il prisma della geopolitica e della storia per poi porsi la domanda finale: ha senso continuare ancora a lottare per riaffermare quei principi di libertà?


di Nicola Iuvinale

Per tutto il 2021, gli americani (e gli europei) sono stati assorbiti da discussioni sull'obbligo vaccinale, sulla chiusura delle scuole e sul significato dell'attacco del 6 gennaio al Campidoglio.

Nel frattempo, punti caldi geopolitici eruttavano in tutta l'Eurasia, formando un vero e proprio anello di fuoco attorno a quella vasta massa di terra.

Proviamo a fare il giro di quel continente per visitare solo alcuni di quei punti critici.

Al confine con l'Ucraina, 170.000 soldati russi si sono ammassati con carri armati e lanciarazzi, pronti per una possibile invasione.

Nel frattempo, Pechino ha firmato un accordo da 400 miliardi di dollari con Teheran per scambiare la costruzione di infrastrutture con il petrolio iraniano. Tale scambio potrebbe contribuire a rendere quel paese il futuro hub ferroviario dell'Asia centrale, proiettando al contempo la potenza militare cinese nel Golfo Persico.

Appena oltre il confine iraniano, in Afghanistan, i guerriglieri talebani si sono riversati a Kabul ponendo fine a un'occupazione americana durata 20 anni.

Più a est, in alto nell'Himalaya, gli ingegneri dell'esercito indiano stanno scavando tunnel e posizionando l'artiglieria per respingere futuri scontri con la Cina.

Nel Golfo del Bengala, una dozzina di navi provenienti da Australia, India, Giappone e Stati Uniti, guidate dalla superportaerei USS Carl Vinson, hanno condotto esercitazioni di artiglieria dal vivo, pratica per una possibile futura guerra con la Cina.

Nel frattempo, un susseguirsi di navi della marina americana è passata continuamente attraverso il Mar Cinese Meridionale, costeggiando le basi delle presunte "isole cinesi", annunciando che nessuna protesta di Pechino l'avrebbe scoraggiata.

Appena a nord, i cacciatorpediniere statunitensi, contro il volere della Cina, navigavano attraverso lo Stretto di Taiwan, mentre circa 80 caccia a reazione cinesi sciamavano nella zona di sicurezza aerea dell'isola rivendicata; uno sviluppo che Washington ha condannato come "attività militare provocatoria".

Intorno alla costa del Giappone, una flottiglia di 10 navi da guerra cinesi e russe ha navigato in modo aggressivo nelle acque "un tempo virtualmente di proprietà della settima flotta statunitense".

E, verso nord, nei gelidi oceani artici, grazie al riscaldamento radicale del pianeta e al ritiro del ghiaccio marino, una flotta di rompighiaccio cinesi e russi hanno manovrato per aprire una "via della seta polare", forse prendendo possesso del tetto del mondo.

Ma, mentre tutto questo appariva sui media di tutto il mondo, a volte anche in modo molto dettagliato, nessuno negli Stati Uniti e in Europa ha cercato di collegare "tali punti transcontinentali" per scoprirne il loro più profondo significato geopolitico.

Perché i leader della nazione americana non l'hanno fatto?


Alfred Alfred McCoy nel suo articolo fa ciò che gli esperti di politica estera statunitense, dentro e fuori il governo, avrebbero dovuto fare, ma non hanno fatto: esaminare gli ultimi sviluppi in Eurasia, attraverso il prisma della geopolitica e della storia., Professore di Storia JRW Smail presso l'Università del Wisconsin-Madison, autore di uno splendido articolo dal titolo "Washington’s Dominion Is Ending—but Not Without a Struggle" pubblicato su thenation.com e autore del recente libro, To Govern the Globe, spiega che "le élite politiche sia liberali che conservatrici, nel corridoio del potere tra New York e Washington, sono state in cima al mondo per così tanto tempo che non riescono più a ricordare come ci sono arrivate".

McCoy racconta che durante la fine degli anni '40, dopo la catastrofica guerra mondiale che provocò circa 70 milioni di morti, Washington riuscì a costruire un potente apparato per il controllo del potere globale, grazie all'accerchiamento dell'Eurasia attraverso basi militari e il commercio mondiale.

"Gli Stati Uniti formarono anche un nuovo sistema di governance globale, esemplificato dalle Nazioni Unite, che non solo ne avrebbe assicurato l'egemonia, ma avrebbe anche - o almeno così si sperava allora - promosso un'era di pace e prosperità senza precedenti".

Tuttavia, "tre generazioni dopo, mentre il populismo, il nazionalismo e l'antiglobalismo agitavano il discorso pubblico, pochi a Washington si prendevano la briga di difendere l'ordine mondiale in modo significativo. Non solo. Pochi di loro avevano ancora una reale comprensione della geopolitica - quel miscuglio scivoloso di armamenti, terre occupate, governanti subordinati e logistica - che è stato, ed è, lo strumento essenziale di ogni grande leader (o coalizione di leader) per l'esercizio efficace del controllo globale".

Alfred McCoy nel suo articolo fa ciò che gli esperti di politica estera statunitense, dentro e fuori il governo, avrebbero dovuto fare, ma non hanno fatto: esaminare gli ultimi sviluppi in Eurasia, attraverso il prisma della geopolitica e della storia.

"Loro, gli esperti di politica estera statunitense e le forze più profonde che rappresentano, sono forieri di un declino epocale del potere globale americano".
L'EURASIA COME EPICENTRO DEL POTERE "SUL PIANETA TERRA"

Nei 500 anni, da quando l'esplorazione europea ha portato per la prima volta i continenti in continuo contatto, l'ascesa di ogni egemonia globale ha richiesto soprattutto una cosa: il dominio sull'Eurasia.

Allo stesso modo, il loro declino è stato invariabilmente accompagnato da una perdita di controllo su quella vasta massa continentale.

Durante il XVI secolo, le potenze iberiche, Portogallo e Spagna, condussero una lotta congiunta per controllare il commercio marittimo dell'Eurasia combattendo il potente impero ottomano, il cui capo era allora il califfo dell'Islam.

Nel 1509, al largo delle coste del nord-est dell'India, abili artiglieri portoghesi distrussero una flotta musulmana con bordate letali, stabilendo il dominio secolare di quel paese sull'Oceano Indiano.

Nel frattempo, gli spagnoli usarono l'argento, che avevano estratto dalle loro nuove colonie nelle Americhe, per sostenere una costosa campagna per frenare l'espansione musulmana nel Mar Mediterraneo. Il suo culmine: la distruzione nel 1571 di una flotta ottomana di 278 navi nell'epica battaglia di Lepanto.

Il dominio della Gran Bretagna sugli oceani iniziò con uno storico trionfo navale su una flotta combinata franco-spagnola al largo di Capo Trafalgar, in Spagna, nel 1805 e terminò solo quando, nel 1942, una guarnigione britannica di 80.000 uomini cedette il loro bastione navale, apparentemente inespugnabile, a Singapore ai giapponesi: una sconfitta che Winston Churchill definì "il peggior disastro e la più grande capitolazione della storia britannica".

"Come tutti i passati egemoni imperiali, il potere globale degli Stati Uniti si è similmente basato sul dominio geopolitico sull'Eurasia, che ora ospita il 70% della popolazione e della produttività del mondo".

Dopo che l'alleanza dell'Asse di Germania, Italia e Giappone non riuscì a conquistare quella vasta massa di terra, la vittoria alleata nella seconda guerra mondiale permise a Washington, come disse lo storico John Darwin, di costruire il suo "impero colossale... su una scala senza precedenti", diventando la prima potenza nella storia a controllare i punti assiali strategici "a entrambe le estremità dell'Eurasia".


All'inizio degli anni '50, Joseph Stalin e Mao Zedong forgiarono un'alleanza sino-sovietica che minacciava di dominare il continente.

"Washington, tuttavia, l'ha contrastata con un'abile mossa geopolitica che, per i successivi 40 anni, le ha consentito di "contenere" quelle due potenze, dietro una "cortina di ferro" che si estendeva per 5.000 miglia attraverso la vasta massa di terra eurasiatica".

Alfred McCoy spiega che, come primo passo fondamentale, gli Stati Uniti formarono l'alleanza NATO nel 1949, stabilendo importanti installazioni militari in Germania e basi navali in Italia per garantire il controllo della parte occidentale dell'Eurasia.

Dopo la sconfitta del Giappone, come nuovo signore supremo dell'oceano più grande del mondo, il Pacifico, Washington dettò i termini di quattro patti chiave di mutua difesa nella regione, con Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia, acquisendo così una vasta gamma di basi militari lungo il litorale del Pacifico, che le avrebbero assicurato l'estremità orientale dell'Eurasia.

Per legare le due estremità assiali di quella vasta massa terrestre in un perimetro strategico, Washington ha circondato il bordo meridionale del continente con catene d'acciaio, comprese tre flotte navali, centinaia di aerei da combattimento e, più recentemente, una serie di 60 basi di droni che si estende dalla Sicilia, all'isola del Pacifico di Guam.

"Con il blocco comunista imbottigliato dietro la cortina di ferro, Washington si sedette e aspettò che i suoi nemici della Guerra Fredda si autodistruggessero, cosa che fecero".

In primo luogo, la scissione sino-sovietica negli anni '60 ha infranto la loro presa "del cuore dell'Eurasia".

Poi, il disastroso intervento sovietico in Afghanistan negli anni '80, ha devastato l'Armata Rossa e ha accelerato la disgregazione dell'Unione Sovietica.

"Dopo quei passi iniziali strategici, fatti per catturare le estremità assiali dell'Eurasia, Washington è sostanzialmente inciampata, in gran parte del resto della Guerra Fredda, in errori come la catastrofe della Baia dei Porci a Cuba e la disastrosa guerra del Vietnam nel sud-est asiatico".

Tuttavia, spiega Mckoy, nel 1991, alla fine della Guerra Fredda, l'esercito americano era diventato un colosso globale con 800 basi all'estero, una forza aerea di 1.763 caccia a reazione, più di mille missili balistici e una marina di quasi 600 navi, tra cui 15 portaerei nucleari e gruppi di battaglia, tutti collegati dall'unico sistema globale di satelliti per comunicazioni al mondo.

"Per i prossimi 20 anni, Washington si sarebbe goduta quello che il segretario alla Difesa dell'era Trump, James Mattis, chiamava “superiorità incontrastata o dominante in ogni ambito operativo. In genere potevamo schierare le nostre forze quando volevamo, assemblarle dove volevamo, operare come volevamo”.
I TRE PILASTRI DEL POTERE GLOBALE DEGLI STATI UNITI

Alla fine degli anni '90, all'apice assoluto dell'egemonia globale degli Stati Uniti, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, lanciò un severo avvertimento sui tre pilastri del potere, necessari per preservare Il controllo globale di Washington.

In primo luogo, gli Stati Uniti avrebbero dovuto evitare la perdita della loro strategica “perch on the Western periphery” dell'Eurasia.

Successivamente, avrebbero dovuto bloccare l'ascesa di "un'unica entità assertiva" nell'enorme "spazio di mezzo" del continente dell'Asia centrale.

E infine, avrebbe dovuto impedire “l'espulsione dell'America dalle sue basi offshore” lungo il litorale del Pacifico.

Ma, sostiene Mckoy, "ubriache dell'inebriante elisir di potere globale illimitato, dopo l'implosione dell'Unione Sovietica nel 1991, le élite di politica estera di Washington hanno preso decisioni sempre più dubbie che hanno portato ad un rapido declino del dominio globale del loro paese. In un atto di suprema arroganza, nata dalla convinzione di essere trionfalmente alla "fine della storia" tutta americana, i neoconservatori repubblicani dell'amministrazione del presidente George W. Bush hanno invaso e occupato prima l'Afghanistan e poi l'Iraq, convinti di poter rifare l'intero Grande Medio Oriente, culla della civiltà islamica, nell'immagine laica e di libero mercato dell'America (con il petrolio come ricompensa)".

Dopo una spesa di quasi 2 trilioni di dollari per operazioni nel solo Iraq e quasi 4.598 morti militari americani, tutto ciò che Washington ha lasciato dietro di sé sono le macerie di città in rovina, più di 200.000 iracheni morti e un governo, a Baghdad, legato all'Iran.

Ma, "La storia ufficiale di quella guerra dell'esercito americano si concludeva cosi: "un Iran incoraggiato ed espansionista sembra essere l'unico vincitore".

Nel frattempo, la Cina ha trascorso quegli stessi decenni a costruire industrie che l'avrebbero resa l'officina del mondo.

"Con un grave errore di calcolo strategico, Washington ha ammesso Pechino all'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel 2001, stranamente fiduciosa che una Cina compiacente, patria di quasi il 20% dell'umanità e storicamente la nazione più potente del mondo, si sarebbe unita, in qualche modo, all'economia globale senza cambiare l'equilibrio di potere".

"In tutto lo spettro ideologico", come scrissero in seguito due ex funzionari dell'amministrazione Obama, "noi nella comunità della politica estera statunitense condividevamo la convinzione di fondo che il potere e l'egemonia statunitensi potessero modellare prontamente la Cina a piacimento degli Stati Uniti".

Un po' più schiettamente, ha concluso l'ex consigliere per la sicurezza nazionale HR McMaster, che Washington aveva conferito potere a "una nazione i cui leader erano determinati non solo a sostituire gli Stati Uniti in Asia, ma anche a promuovere un modello economico e di governance rivale a livello globale".

Durante i 15 anni successivi all'adesione all'OMC, le esportazioni di Pechino negli Stati Uniti sono cresciute di quasi cinque volte fino a raggiungere i 462 miliardi di dollari mentre, nel 2014, le sue riserve in valuta estera sono aumentate da soli 200 miliardi di dollari a 4 trilioni di dollari.

Un vasto tesoro che Pechino che ha utilizzato per lanciare la sua "Belt and Road Initiative" (BRI) da trilioni di dollari, volta a unire economicamente l'Eurasia attraverso infrastrutture di nuova costruzione.

In questo processo, Pechino iniziò la demolizione sistematica dei tre pilastri del potere geopolitico statunitense di Brzezinski.

IL PRIMO PILASTRO: L'EUROPA

Pechino ha ottenuto finora il suo successo più sorprendente in Europa, a lungo un bastione chiave della potenza globale americana.

Come parte di una catena di 40 porti commerciali che sta costruendo o ricostruendo intorno all'Eurasia e all'Africa, Pechino ha acquistato importanti strutture portuali in Europa, inclusa la proprietà assoluta del porto greco del Pireo e quote significative in quelli di Zeebrugge in Belgio, Rotterdam nel Paesi Bassi e Amburgo, Germania.

"Dopo la visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping nel 2019, l'Italia è diventata il primo membro del G-7 ad aderire ufficialmente all'accordo BRI. Nonostante le strenue obiezioni di Washington, nel 2020 l'Unione Europea e la Cina hanno anche concluso un progetto di accordo sui servizi finanziari che, una volta finalizzato nel 2023, integrerà più pienamente i loro sistemi bancari".

Mentre la Cina sta costruendo porti, ferrovie, strade e centrali elettriche in tutto il continente, il suo alleato russo continua a dominare il mercato energetico europeo e ora è a pochi mesi dall'apertura del suo controverso gasdotto Nord Stream 2 sotto il Mar Baltico, garantito per aumentare il influenza economica di Mosca.

Mentre l'imponente progetto dell'oleodotto veniva completato, lo scorso dicembre, il presidente russo Putin ha intensificato le pressioni sulla NATO con un elenco di richieste "stravaganti ", inclusa una garanzia formale che l'Ucraina non fosse ammessa all'alleanza, la rimozione di tutte le infrastrutture militari installate nell'Europa orientale dal 1997 e il divieto di future attività militari in Asia centrale.

"In un gioco di potere che non si vedeva da quando Stalin e Mao unirono le forze negli anni '50, l'alleanza tra la forza militare grezza di Putin e l'incessante pressione economica di Xi potrebbe davvero allontanare lentamente l'Europa dall'America. A complicare la posizione degli Stati Uniti, l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea è costata a Washington il suo più strenuo difensore all'interno dei labirintici corridoi del potere di Bruxelles".

E mentre Bruxelles e Washington si allontanano, Pechino e Mosca si avvicinano.

Attraverso joint venture energetiche, manovre militari e vertici periodici , Putin e Xi stanno riprendendo l'alleanza Stalin-Mao, una partnership strategica nel cuore dell'Eurasia che potrebbe, alla fine, spezzare le catene d'acciaio di Washington che si sono estese a lungo dall'Europa orientale fino il Pacifico.

IL SECONDO PILASTRO: L'ASIA CENTRALE

Nell'ambito del suo audace schema BRI, per fondere Europa e Asia in un blocco economico unitario eurasiatico, Pechino ha attraversato l'Asia centrale con una culla di ferrovie e oleodotti, rovesciando di fatto il secondo pilastro del potere geopolitico di Brzezinski: cioè che gli Stati Uniti avrebbero dovuto bloccare l'ascesa di "un'unica entità assertiva" nel vasto "spazio di mezzo" del continente.

"Quando il presidente Xi ha annunciato per la prima volta la Belt and Road Initiative all'Università di Nazarbayev in Kazakistan nel settembre 2013, ha parlato in modo espansivo di "collegare il Pacifico e il Mar Baltico", costruendo "il mercato più grande del mondo con un potenziale senza precedenti".

Nel decennio successivo, Pechino ha messo in atto un progetto audace per trascendere le vaste distanze che storicamente separavano l'Asia e l'Europa.

A partire dal 2008, scrive Mckoy, la China National Petroleum Corporation ha collaborato con Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan per lanciare un gasdotto "Asia centrale-Cina" che alla fine si estenderà per oltre 4.000 miglia. Entro il 2025, infatti, dovrebbe esserci una rete energetica interna integrata, che includa l'estesa rete di gasdotti della Russia, e che raggiunga le 6.000 miglia dal Baltico al Pacifico.

"L'unico vero ostacolo al tentativo della Cina di conquistare il vasto “spazio di mezzo” dell'Eurasia, era l'ormai finita occupazione americana dell'Afghanistan".

Per unire i giacimenti di gas dell'Asia centrale ai mercati affamati di energia dell'Asia meridionale, nel 2018 è stato annunciato il gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), ma i progressi sono stati rallentati dalla guerra. Nei mesi precedenti la conquista di Kabul, tuttavia, diplomatici talebani si sono presentati in Turkmenistan e in Cina per offrire assicurazioni sul futuro del progetto.

"Da allora, lo schema è stato ripreso, aprendo la strada agli investimenti cinesi che potrebbero completare la cattura dell'Asia centrale".
IL TERZO PILASTRO: IL LITORALE DEL PACIFICO

Il punto critico più instabile nella grande strategia di Pechino per rompere la presa geopolitica di Washington sull'Eurasia risiede nelle acque contese tra la costa cinese e il litorale del Pacifico, che i cinesi chiamano "la prima catena di isole".

Costruendo una mezza dozzina di basi insulari nel Mar Cinese Meridionale dal 2014, brulicando Taiwan e il Mar Cinese Orientale con ripetute incursioni di aerei da combattimento e mettendo in scena manovre congiunte con la marina russa, Pechino ha condotto una campagna incessante per iniziare quello che Brzezinski definì "l'espulsione dell'America dalle sue basi offshore" lungo quel litorale del Pacifico.

"Man mano che l'economia cinese cresce e crescono anche le sue forze navali, la fine del dominio decennale di Washington su quella vasta distesa oceanica potrebbe essere appena oltre l'orizzonte".

Per prima cosa, la Cina potrebbe a un certo punto raggiungere la supremazia in alcune tecnologie militari critiche, comprese le comunicazioni satellitari "quantum entanglement" super sicure e i missili ipersonici.

Lo scorso ottobre, il presidente dei Joint Chiefs degli Stati Uniti, il generale Mark Milley, ha definito il recente lancio da parte della Cina di un missile ipersonico “very close” a “a Sputnik moment.”.

Mentre i test statunitensi di tali armi, che possono volare a una velocità superiore a 4.000 mph, hanno ripetutamente fallito, la Cina ha orbitato, con successo, con un prototipo la cui velocità e traiettoria invisibile rendono le portaerei statunitensi molto più difficili da difendere.

Ma il chiaro vantaggio della Cina, in qualsiasi lotta su quella prima catena di isole del Pacifico, è semplicemente la distanza.

Una flotta da battaglia di due supercarrier statunitensi che operano a 5.000 miglia da Pearl Harbor potrebbe schierare, nella migliore delle ipotesi, 150 caccia a reazione. In qualsiasi conflitto entro 200 miglia dalla costa cinese, Pechino potrebbe utilizzare fino a 2.200 aerei da combattimento e missili DF-21D "carrier-killer" la cui portata di 900 miglia li rende, secondo fonti della Marina degli Stati Uniti, "una grave minaccia per le operazioni delle marine statunitensi e alleate nel Pacifico occidentale”.

"La tirannia della distanza, in altre parole, significa che la perdita da parte degli Stati Uniti di quella prima catena di isole, insieme alla sua ancora assiale sul litorale pacifico dell'Eurasia, dovrebbe essere solo una questione di tempo".

E se, nel frattempo, il socio di Xi, Putin dovesse invadere l'Ucraina, la Nato e l'Ue sarebbero messe a dura prova della loro stessa esistenza.

in quel condominio allargato e senza governance, convivono famiglie litigiose e con interessi contrastanti.

Una guerra in Europa sarebbe devastante per l'occidente; e questo Putin lo sa bene. Perciò ha fatto richieste inaccettabili, anche per il diritto internazionale.

Ma, dopo tutto questo, ha senso continuare ancora a lottare per riaffermare i principi di libertà dei popoli nati con la fondazione delle Nazioni Unite?

Si, perché quel dis-ordine nascente mondiale è un'asse del male, una dittatura totalitaria globale che ha, alla sua base, un ordine medievale illiberale.

Fonte: thenation.com

Alfred McCoy is the J.R.W. Smail Professor of History at the University of Wisconsin-Madison. A TomDispatch regular, he is the author of In the Shadows of the American Century: The Rise and Decline of US Global Power and Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.

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