Il "Golgota" italico

Aggiornamento: 18 apr 2021

G. Iuvinale

Se mi chiedessero "come vedi l'Italia ora?", potrei rispondere, serenamente, che siamo oramai ai piedi di Gesù Cristo. Sul Golgota, appunto. Con la Speranza (non il Ministro) che quel monte di morte possa diventare per il nostro Paese - come lo è per i cristiani- anche di risurrezione e di vita.


Gli ultimi dati economici ci dicono che l'Italia è entrata in una dimensione "spazio/temporale" oscura, un buco nero ignoto anche alla scienza economica ed alla quale (la dimensione) nessun esperto potrà trovare una soluzione valida, per il momento. Ci sono troppe variabili sul campo da gioco, ancora. Ed allora? Allora iniziamo a pregare perché siamo arrivati sul Golgota dove le nostre "vite" - detto brutalmente - sono praticamente appese a scelte compiute da un manipolo di persone chiamate al capezzale di un Paese che difetta pure - e soprattutto - di quelle necessarie condizioni strutturali caratterizzanti uno Stato vero: un'organizzazione amministrativa centrale e periferica capace di gestire in modo efficace tanto gli affari interni quanto quelli esterni. Anche la geopolitica, quindi.

La pandemia ha rappresentato, poi, lo stress test definitivo che ha finito per offrire la prova piena di un decentramento regionale (peraltro ancora in fieri) non adatto alla bisogna. Anzi, a ben vedere, al netto dei gravi errori governativi nella gestione della crisi sanitaria, abbiamo finito per creare un'Italietta frazionata anche tra vassalli, valvassori e "masianelli" della situazione.


Il contesto macroeconomico

I dati pubblicati ieri da Banca d'Italia sono tremendi.

Il debito pubblico ha superato i 2.600 miliardi di euro. Il rapporto debito/Pil ormai naviga tra il 160 /170%, mentre quello deficit/Pil oltre l'11%. E la sua sostenibilità? Per il momento non c'è. Si spera che possa esserci in futuro con una ripresa dell'economia dipendente, in positivo, esclusivamente dal commercio con l'estero. Si spera, appunto. E si prega, sul Golgota.

L'Italia da oltre 30 anni non cresce. E questa gigantesca falla nella chiglia del Titanic italico, viene rappezzata da decenni con politiche monetarie e di bilancio (e da tasse) stante anche l'enorme dimensione di un settore pubblico, inefficiente ed improduttivo, divenuto l'abbeveratoio di clientelismi politici.

Un sistema, dove la pace sociale viene strutturalmente comprata a debito, ripagato, in parte, con un esproprio di moneta. Una scelta ideologica pervicace, alimentata da decenni dal circolo vizioso delle irresponsabilità: sindacati, parlamento e governo.

L'economia reale, quella vera, è dunque un optional, ovvero un limone da spremere ad uso e consumo di uno Stato prenditore.

I dati, allora.

Negli ultimi 25 anni l’Italia non ha mai superato il 2% di crescita annua. Dal 2000 al 2019 il nostro Paese ha avuto una crescita media dello 0,4%. Mentre dal 2000 il PIL francese è aumentato del 32%, quello tedesco del 30,6%, quello spagnolo del 43,4% e quello medio UE (senza l’Italia) del 40,7%, il PIL italiano è cresciuto solo del 7,7%.

I fattori che limitano la crescita sono noti:

  • incertezza politica e normativa (in 160 anni abbiamo avuto 132 governi)

  • qualità dell’azione della PA, come sopra detto

  • tempi della giustizia civile (tre volte più lunghi della Germania e doppi rispetto la Spagna) che ci fanno perdere un pil, in termini di investimenti stranieri, stimato tra i 12 ai 40 mld annui

  • aspetti demografici (popolazione anziana + decrescita delle nascite)

  • assenza di un politica sulle liberalizzazione e sulla concorrenza

  • modello di sviluppo, in termini di capitale umano, dimensione d’impresa e specializzazione tecnica e produttività. La struttura produttiva italiana, ad esempio, è rimasta sbilanciata verso imprese molto piccole, che dispongono di pochi mezzi, sia finanziari, sia in termini di competenze manageriali, per effettuare rilevanti investimenti in ricerca e sviluppo e innovare, e verso i comparti tradizionali, dove la concorrenza dai paesi emergenti e in via di sviluppo è stata più intensa. Ignazio Visco, Governatore di Banca d’Italia, recentemente ha affermato che se le imprese italiane avessero la stessa struttura dimensionale di quelle tedesche, la produttività media del lavoro nell’industria e nei servizi di mercato sarebbe superiore di oltre il 20%, superando anche il livello della Germania.

La lista sarebbe lunghissima. Inutile ribadire che tutto ciò è la conseguenza, quale concausa, della mancanza di una classe politica finora all'altezza della situazione.

Lo Stato che non c'è

Uno Stato, per essere considerato tale, ha bisogno di una struttura amministrativa centrale e periferica efficace. Se ci confrontassimo con Francia e Germania, capiremmo immediatamente il nostro gap al riguardo. Questa struttura non l'abbiamo, per varie ragioni che non stiamo qui ad elencare. Lo avvertiamo, epidermicamente, nella vita di tutti i giorni.

Ma questo vulnus, insieme all'inettitudine politica, è la vera concausa del declino del nostro Paese anche a livello geopolitico.

Un esempio per tutti.

L’Italia, nelle ultime due programmazioni dei fondi strutturali, ha fatto registrare performance di impiego delle risorse stanziate nel bilancio Ue che ci collocano agli ultimi posti dei Paesi europei. Non solo il mancato impiego delle risorse in termini di capacità di spesa, ma soprattutto la mancanza di capacità di programmare e realizzare gli investimenti ritenuti strategici ad esempio, digitale, banda larga, mercato del lavoro, giustizia – non ci hanno consentito di raggiungere gli obiettivi attesi e rispondenti alle strategie disegnate dall’Ue, da realizzare proprio attraverso le risorse della politica di coesione.

Dunque, non abbiamo una PA in grado di programmare e spendere bene. E questo Mario Draghi lo sa perfettamente. Ecco perché la predisposizione del PNRR, e la sua attuazione, non potrà essere lasciata in mano a chi è corresponsabile del declino italiano.

Non siano uno Stato, dunque.

Al netto dei danni fatti dal Governo Conte, capace nella specie solo di abbozzare un impresentabile progetto di PNRR pieno di voragini, oggi Draghi, e la sua squadra, sono gli unici in grado di porre rimedio a questo dramma.

Le nostre vite sono appese, quindi, a scelte di poche persone, nonostante continuiamo a mantenere in vita una struttura pubblica costosa e molto spesso improduttiva.

La pace sociale, appunto, a vantaggio di quei partiti statalisti oramai divenuti parte "strutturale" dello Stato stesso.

E come si risolve il problema, allora? Con uno "Stato nello Stato". Le risorse professionali si devono, obtorto collo, reperire all'esterno. E' indefettibile (e obbligatorio) creare una struttura di governance autonoma - alimentata anche da assunzioni di giovani motivati e preparati (si spera) - che dovrà programmare e spendere - soprattutto spendere bene - i fondi europei nei ristretti tempi imposti dalle regole europee.

E Mario Draghi è anche colui che per l'esperienza acquisita può essere l'unico in grado di gestire anche la geopolitica di questo tragico Paese, a livello sia europeo che internazionale.

E a chi lo attacca giornalmente, va ricordato che alle spalle del Premier c'è solo il nulla.


Capitolo riforme.

Le riforme strutturali che dovranno essere realizzate dipenderanno essenzialmente dal Parlamento. E' lui l'organo costituzionale deputato a declinare le regole generali indicate nel PNRR in testi di legge. E qui torniamo al Golgota di cui sopra. Iniziamo a recitare il Rosario, giornalmente. L'augurio, e il miracolo che si invoca, è che le forze politiche più liberali riescano a fare massa critica contro dannosi populismi e sovranismi.




158 visualizzazioni0 commenti