Recovery Fund: Banca d'Italia bacchetta il Belpaese

Nella confusione italica più totale e nella solita lotteria delle improbabili proposte che quotidianamente vengono fuori, sul piano di resilienza e rilancio statale prende la parola Banca d'Italia (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2020/BALASSONE_audizione_07092020.pdf) attraverso l'audizione del Capo del Servizio Struttura economica, Dott. Fabrizio Balassone, presso la Commissione V della Camera dei Deputati.

E lo fa in un momento molto delicato nel quale il Premier Conte, nel contraddire se stesso, giunge ad affermare che il piano di recovery fund potrà essere presentato senza alcun problema anche nel prossimo anno; da notare che la Commissione europea aveva, invece, invitato gli Stati membri a presentare una prima versione di piano già ad ottobre contestualmente alla presentazione della bozza di bilancio statale all'evidente fine di attivare per tempo una trattativa per eventuali modifiche.

In questo contesto, le indicazioni dell'Istituto di Palazzo Koch arrivano anche nel giorno in cui la Francia rende noto il proprio piano di recovery fund.

Cosa suggerisce allora Banca d'Italia?

Il Next Generation EU deve essere impiegato per avviare il recupero dei ritardi accumulati dall'economia italiana negli ultimi trenta anni. Il principale problema della nostra economia, sostiene BI, è quello della bassa crescita a sua volta riflesso della debole dinamica della produttività”. Aggiunge, inoltre, che “per riportare la dinamica del PIL almeno all’,5 per cento,” il valore medio annuo registrato nei dieci anni precedenti la crisi finanziaria globale, servirà quindi un incremento medio della produttività del lavoro di quasi un punto percentuale all'anno”.


E qui arriva una prima bacchettata alla politica nostrana.

I ritardi di produttività accumulati non possono essere colmati con politiche monetarie e di bilancio espansive. Queste sono misure di stabilizzazione macroeconomica fondamentali per conseguire livelli adeguati di domanda aggregata, favorire la piena occupazione e mantenere la stabilità dei prezzi, ma non possono di per sé innalzare la dinamica della produttività nel lungo periodo”.

Banca d'Italia, poi, nel sottolineare che va comunque recuperato il ritardo accumulato nelle infrastrutture tradizionali, da rinnovare e rendere funzionali, individua tre macro aree nelle quali gli interventi appaiono altrettanto urgenti: pubblica amministrazione, innovazione ed infine salvaguardia e valorizzazione del nostro patrimonio naturale e storico-artistico.

Quanto alla prima, l'Istituto di via Nazionale precisa che la stessa deve necessariamente migliorare nella qualità e nei tempi dei servizi offerti, “potenziando le capacità tecniche delle amministrazioni centrali e locali, puntando in particolare ad assicurare tempestivamente il pieno rispetto delle regole”. Saranno necessari, quindi, forti investimenti in tecnologia e capitale umano.

Quanto all'innovazione, Banca d'Italia sottolinea la necessità di investimenti privati nella manifattura e nei servizi per accrescere la produttività; investimenti che potranno “essere favoriti da programmi pubblici per la realizzazione di infrastrutture abilitanti di nuova generazione e in settori ad alto contenuto innovativo, nonché nella qualità del capitale umano e della ricerca".

Altra priorità è il completamento della copertura del territorio con rete fissa a banda larga ultraveloce, affiancata dall'accelerazione “della transizione verso un’economia più rispettosa dell’ambiente e con minori emissioni di gas inquinanti, ad esempio con investimenti per la riqualificazione dei trasporti pubblici e l’efficienza energetica dei fabbricati e degli stabilimenti produttivi, nonché per il corretto smaltimento dei rifiuti”. Inoltre, aggiunge, va migliorata la qualità della scuola e dell’università, dedicando maggiori risorse al diritto allo studio e al sostegno della ricerca.

E su quest'ultimo aspetto Banca d'Italia dà una seconda bacchettata, “la scarsità di investimenti in istruzione, da una parte, e in innovazione, dall'altra, rischia di innescare un circolo vizioso che amplifica il ritardo produttivo del Paese. La ridotta propensione a investire in nuove tecnologie delle imprese italiane risulta ulteriormente frenata dalla difficoltà delle imprese a reperire competenze adeguate nel mercato del lavoro; il minore rendimento dell’istruzione che ne consegue limita gli incentivi dei giovani a proseguire negli studi e incoraggia l’emigrazione di una quota rilevante dei più qualificati”.

Infine, quanto alla terza area, cioè“alla salvaguardia e valorizzazione del nostro patrimonio naturale e storico-artistico” Banca d'Italia evidenzia come “la crisi del settore turistico ne ha reso immediatamente percepibile la rilevanza anche economica” e, di conseguenza, deve essere preservato e reso fruibile sfruttando maggiormente le nuove tecnologie.

E qui l'Istituto di vigilanza affronta il tema del sud.

E' indefettibile, precisa Banca d'Italia, il rinnovamento dell’amministrazione pubblica, delle infrastrutture, tradizionali e innovative e della scuola. Nelle regioni meridionali”, aggiunge,deve innanzitutto migliorare l’ambiente in cui le imprese operano, in primo luogo con riferimento alla tutela della legalità”

Banca Italia, poi, snocciola numeri importanti.

Per la parte del NGEU destinata ai prestiti statali, BI precisa che per l’Italia - che riceverà trasferimenti superiori ai contributi che dovrà fornire - si tratterà di fatto di un prestito a tasso negativo. In particolare, spiega l'Istituto, “se si ipotizza che l’ammontare e il profilo temporale dei trasferimenti e dei contributi italiani siano quelli stimati dall’UPB, tale tasso sarebbe dell’ordine del -2,5 per cento; il risparmio di spesa rispetto all'emissione di titoli di Stato per 87 miliardi (ipotizzando un rendimento medio in linea con quello dei titoli ventennali, attualmente pari all’1,6 per cento) ammonterebbe a circa 3,5 miliardi in media all’anno nell’arco di poco più di un trentennio”.

Quanto al possibile impatto macroeconomico del NGEU, Banca d'Italia evidenzia che lo stesso dipenderà da diversi fattori. In particolare dall’entità delle risorse che saranno effettivamente mobilitate, dalla natura aggiuntiva o sostitutiva degli interventi finanziati con il programma rispetto alle misure già approvate, dalla ripartizione fra le diverse voci del bilancio e dal grado di efficienza nell’attuazione dei vari progetti.

Riguardo a ciò BI formula due scenari.

Nel primo ipotizza che “tutte le risorse vengano utilizzate per attuare interventi aggiuntivi rispetto a quelli già programmati e che questi riguardino integralmente progetti di investimento, la forma di spesa pubblica che in base all’evidenza empirica fornisce lo stimolo più elevato alla crescita del prodotto in condizioni normali. Le maggiori spese ammonterebbero a oltre 41 miliardi all’anno e potrebbero tradursi in un aumento cumulato del livello del PIL di circa 3 punti percentuali entro il 2025, con un incremento degli occupati di circa 600.000 unità”.

Nel secondo scenario, invece, suppone che“una parte rilevante delle risorse, pari al 30 per cento, venga utilizzata per misure già programmate e che la parte rimanente venga destinata solo per circa due terzi a finanziare direttamente nuovi progetti di investimento. Sotto queste ipotesi gli interventi aggiuntivi ammonterebbero a circa 29 miliardi all’anno, di cui solo 19 per investimenti. L’impatto cumulato sul livello del PIL raggiungerebbe quasi 2 punti percentuali nel 2025.

In ogni caso, ammonisce BI, gli effetti ipotizzati presuppongono indefettibilmente un uso efficiente delle risorse disponibili. “L’esperienza suggerisce che affinché ciò avvenga serve una netta discontinuità con quanto osservato in passato”.

Serviranno, poi, equilibrio nei conti pubblici ed evitare che insorgano tensioni sui titoli di stato.

Il Piano nazionale per la ripresa e la resilienza, insomma, dovrà perseguire l’obiettivo imprescindibile di progressivo e continuo riequilibrio dei conti pubblici. A questo, sottolinea BI, “può contribuire soprattutto il rilancio della crescita, che sarà possibile solo se le risorse saranno impiegate in maniera produttiva; in caso contrario i problemi del Paese non sarebbero alleviati dal maggiore indebitamento, ma sarebbero accresciuti”.

La politica nostrana è, dunque, avvisata.




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