La Russia da sola non ha destabilizzato l'Ucraina. UE e USA corresponsabili di una ottusa politica

La dissennata politica espansionistica della Nato verso "l'oriente filo-russo", portata avanti testardamente da anni dagli Stati Uniti e dall'UE, ha contribuito a destabilizzare l'Ucraina e ha spinto la Russia di Putin ad allearsi con il peggior nemico dell'occidente: la Cina di Xi Jinping. Tutto ciò rischia di aprire un pericoloso fronte di guerra alle porte dell'Europa, che la indebolirà ancordipiù internamente, a vantaggio degli Stati Uniti e della Cina. Oggi l'Occidente ha l'ultima possibilità di riconsiderare una politica diplomatica più equilibrata per tentare, in extremis, di evitare la catastrofe.


di Nicola Iuvinale

L'Ucraina è in condizioni peggiori che mai: ora, di fronte alla reale minaccia russa che continua ad ammassare truppe al suo confine.

Ramon Marks, giornalista e avvocato internazionalista di New York, apre così su The National Interest, nel suo pezzo "Russia alone did not destabilize Ucraine".

La sua è una analisi, liquida, oggettiva sulla situazione Ucraina, e non solo.

La Russia, dopo la disgregazione dell'URSS, ha subito anche una forte politica combinata della Nato, USA e UE finalizzata all'espansione dell'occidente verso l'oriente post sovietico.

Ma chiediamoci: com'è avvenuta e a che prezzo?

E tutto ciò, come impatterà sugli interessi dell'Unione Europea?

E' un fatto pacifico nella storia che "sette anni fa, l'ex presidente dell'Ucraina, Victor Yanukovich, ha cercato di "vendere" il suo paese alla Russia all'interno di un accordo commerciale invece di entrare nell'Unione Europea come membro associato". Ciò ha portato al movimento democratico di piazza Maidan, che ha costretto Yanukovich ad abbandonare il potere.
"In risposta, la Russia invase la Crimea e istigò una guerra civile nell'Ucraina orientale. Oggi, l'Ucraina sta cercando di tenere a bada l'aggressione russa, chiedendo a Washington e alla NATO di intervenire e proteggere la sua nascente democrazia dalle minacce e dal bullismo russo".

Ma, questa, non è tutta la storia; ovvero lo è solo in parte, alimentata dalla narrativa "del consenso" popolare.

Questo punto di vista ignora "convenientemente" come la diplomazia dell'UE e degli Stati Uniti abbiano effettivamente posto le basi per la destabilizzazione e la disgregazione dell'Ucraina.

Infatti, giocando troppo nei negoziati dell'UE con l'Ucraina, i diplomatici di Bruxelles, sostenuti da Washington, hanno finito per offrire a Vladimir Putin l'occasione d'oro per recuperare la Crimea e destabilizzare l'evoluzione dell'Ucraina verso la democrazia.

Se non fosse stato per le eccessive richieste negoziali da parte di Bruxelles, principalmente su questioni di governance, si sarebbe potuto evitare lo smembramento dell'Ucraina, insieme a tutte le conseguenze negative che ne sono derivate.

"Sebbene l'Ucraina abbia acquisito lo status di associata all'UE, ha pagato un prezzo elevato per l'adesione: l'occupazione della Crimea, lo stallo della guerra civile nel Donbass e 14.000 vittime".

La vera storia inizia, invero, con Yanukovich, un russo di etnia, eletto presidente dell'Ucraina nel 2010 da appena un terzo degli elettori del paese - principalmente una maggioranza delle regioni di lingua russa, Donbass e Crimea.

Freedom House, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, valutato', all'epoca, che "il voto ha soddisfatto la maggior parte degli standard internazionali per le elezioni democratiche e i progressi consolidati che erano stati fatti dal 2004".

Dopo la sua elezione, la sfida del nuovo presidente fu quella di negoziare la potenziale adesione all'UE, affrontando anche le richieste russe di relazioni commerciali più strette.

Nel camminare su questa difficile linea, il funanbolico Yanukovich ha dovuto fare i conti con l'opinione pubblica ucraina divisa.

Il sostegno dell'UE si è concentrato più nelle parti occidentali dell'Ucraina che nelle regioni di etnia russa. Secondo sondaggi indipendenti, fino all'agosto 2013, solo il 42% dell'elettorato sosteneva l'accordo di associazione Unione europea-Ucraina, mentre il 31% preferiva un accordo di unione doganale con la Russia.

Nonostante i sondaggi mostrassero un sostegno inferiore alla maggioranza assoluta, sia per un accordo con la Russia, sia con l'UE, Yanukovich perseguì, risolutamente, quella dell'adesione all'UE.

Oggi si è in gran parte dimenticato che siglò un accordo di associazione con Bruxelles nel marzo 2012.

Allo stesso tempo, Yanukovich si è oppose apertamente all'adesione all'Unione doganale russa.

In risposta, la pressione russa divenne sempre più pesante. Mosca aprì una guerra commerciale contro l'Ucraina nel 2013. Quando Putin visitò Kiev nel luglio 2013, non parlò neppure con Yanukovich, mentre i due stavano fianco a fianco nelle cerimonie ufficiali.

"Nei discorsi pubblici dell'epoca, Yanukovych riaffermava con aria di sfida la sua determinazione a finalizzare l'accordo con l'UE, compresa l'adozione delle controverse riforme giudiziarie e di governance richieste da Bruxelles per garantire lo stato di diritto, l'indipendenza dei media e delle forze dell'ordine".

Il parlamento ucraino approvò una serie di riforme a maggioranza dei due terzi per garantire un ampio sostegno parlamentare ai cambiamenti sollecitati da Bruxelles.

Yanukovich era stato anche messo sotto pressione da Bruxelles per frenare il procedimento penale dell'ex primo ministro, Yulia Tymoshenko, per la sua negoziazione del controverso accordo sul gas del 2009 con la Russia.

La successiva condanna giudiziaria di Tymoshenko nel 2011 a sette anni di reclusione è stata messa al centro delle richieste dell'UE.

Bruxelles avvertì che il trattamento di Tymoshenko minacciava l'accordo commerciale siglato, la cui firma formale sottoscrizione era stata programmata per il 29 novembre 2013, in Lituania. Come condizione per la firma, Bruxelles insisteva sulla scarcerazione della Tymoshenko per garantirle cure mediche all'estero.

"Questa richiesta di Bruxelles si rivelò una pillola molto dura da ingoiare per la politica interna dell'Ucraina. Da allora, il paese iniziò a destabilizzarsi seriamente".

Il 21 novembre, il parlamento non approvò le mozioni per la scarcerazione (per cure mediche) della Tymoshenko, il che significò che la richiesta dell'UE fu rigettata.

Lo stesso giorno il governo Yanukovich emise disperatamente un decreto che chiedeva negoziati a tre tra Ucraina, UE e Russia per risolvere tutte le questioni tra i blocchi in competizione.

Eppure, fino a questo punto, Yanukovich non sembrò vacillare.

Lo stesso giorno in cui il parlamento non riuscì ad approvare la scarcerazione della Tymoshenko, riaffermò che "un'alternativa per le riforme in Ucraina e un'alternativa per l'integrazione europea non esistono... Stiamo percorrendo questa strada e non stiamo cambiando direzione".

"Ad aumentare la pressione, nei giorni successivi iniziarono le manifestazioni di Maidan, ampiamente coperte dai media occidentali".

Migliaia, principalmente ucraini occidentali, scesero in piazza a Kiev, protestando, spesso violentemente, contro qualsiasi politica avesse escluso l'accordo di associazione con l'UE e chiedendo, al tempo stesso, una maggiore democrazia in stile occidentale.

"Ma, il 26 novembre del 2013, emersero, in tutta la loro evidenza, le crepe nella determinazione di Yanukovich di andare avanti con Bruxelles".

Al vertice UE di fine novembre, l'accordo di associazione non fu firmato. Riconoscendo che la Russia aveva chiesto all'Ucraina di ritardarne la firma, Yanukovich chiese, nuovamente, ulteriori negoziati con l'UE.

Yanukovich chiese a Bruxelles anche un sostanzioso risarcimento a compensazione delle perdite derivate dal mancato accordo commerciale con la Russia. Infine, chiese nuovamente colloqui a tre tra Ucraina, Russia e UE per cercare di risolvere diplomaticamente tutte le questioni e le controversie in sospeso.

L'UE rifiutò di prendere parte a qualsiasi processo diplomatico a tre e chiese, invece, a Yanukovich di firmare immediatamente l'accordo commerciale.

Da quel punto in poi, il governo ucraino iniziò a fratturarsi.

Il movimento di piazza Maidan assunse sempre più un'aria rivoluzionaria, con gli Stati Uniti che alimentavano apertamente le fiamme dell'opposizione contro Yanukovich, il presidente eletto.

Nonostante l'articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche impone ai diplomatici di "non interferire negli... affari interni", l'assistente del segretario di Stato americano per gli affari europei apparse in pubblico, nel dicembre 2018 in piazza Maidan, con l'ambasciatore degli Stati Uniti. Incoraggiarono la protesta pacifica contro il governo eletto al potere, distribuendo persino prodotti da forno ai manifestanti e alle forze di sicurezza.

Nel febbraio 2014, mentre i diplomatici dell'UE e degli Stati Uniti cercavano di mediare una soluzione "di transizione" tra gli attivisti dell'opposizione e Yanukovich, la situazione nelle strade di Kiev continuava a deteriorarsi.

Gli scontri tra manifestanti e polizia antisommossa diventarono fuori controllo con oltre 130 morti, tra cui diciotto poliziotti.

Il 22 febbraio 2014, Yanukovich fuggì da Kiev mentre una folla inferocita saccheggiava la sua residenza ufficiale. Lo stesso giorno il parlamento ucraino sollevava Yanukovich dai suoi poteri di presidente, dichiarando che era stato rimosso dal potere perché "non stava adempiendo ai suoi obblighi".

Il parlamento fissò una nuova elezione presidenziale per il 25 maggio 2014 e venne istituito un governo ad interim.

"Infine, piegandosi alle richieste dell'UE, il governo scarcerò la Tymoshenko".

La polizia rapidamente affermò lealtà al popolo. I servizi militari e di sicurezza seguirono l'esempio, annunciando che non si sarebbero opposti alla volontà popolare.

La Russia protestò contro il violento rovesciamento di Yanukovich.

Dopo aver visto gli ucraini di etnia, con il sostegno aperto degli Stati Uniti e dell'UE, costringere Yanukovich, democraticamente eletto a lasciare l'incarico, Putin passò dalla diplomazia alla convinzione di dover usare "altre opzioni" per assicurare che gli interessi della Russia fossero protetti, sapendo che Washington e Bruxelles non avevano carte militari da giocare.

Il 23 febbraio, il giorno dopo l'azione del parlamento ucraino contro Yanukovich, scoppiarono manifestazioni filo-russe a Sebastopoli, in Crimea.

"Pochi giorni dopo, il 27 febbraio, truppe russe mascherate senza insegne presero il controllo del parlamento della Crimea e occuparono rapidamente posizioni strategiche in tutta la regione, senza alcuna significativa resistenza militare o civile".

La maggioranza della Crimea potrebbe aver sostenuto l'arrivo della Russia, contenta di staccarsi dall'Ucraina.

In un censimento ucraino del 2001, il 65 percento della Crimea è stato segnalato come etnico russo, con solo il 15,7 percento che si identifica come ucraino. In un sondaggio del 2008 condotto dal Centro ucraino per gli studi economici e politici, il 63,8 per cento di tutti i Crimeani ha sostenuto la secessione dall'Ucraina e l'ingresso nella Russia. In una serie di sondaggi condotti da un'organizzazione delle Nazioni Unite tra il 2009 e il 2011, una maggioranza compresa tra il 65 e il 70 percento della Crimea ha dichiarato costantemente la propria preferenza per l'adesione alla Russia.

"In particolare dopo aver visto come la NATO aveva usato la forza militare per sostenere la rottura del Kosovo dalla Serbia, per diventare uno stato indipendente, Putin ha anche alimentato contemporaneamente rivolte etniche russe nella regione dell'Ucraina orientale. Le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in scontri tra le repubbliche autodichiarate di Donetsk e Luhansk e il governo di Kiev".

Il 22 agosto 2014, Kiev ha accusato la Russia di aver apertamente invaso l'Ucraina.

Il conflitto nel Donbass è in corso da sette anni.

Le truppe russe, oltre 100.000, si stanno attualmente ammassando lungo l'area di confine del Donbass, creando timori che la Russia possa lanciare un'invasione su vasta scala.

"George Kennan decenni fa nel suo Long Telegram, rappresentò agli Usa la visione del mondo "nevrotica" della Russia che nascerebbe da un "senso di insicurezza russo tradizionale e istintivo" riguardo ai suoi confini".
"In particolare dopo l'invasione della Georgia da parte della Russia, Washington e Bruxelles avrebbero dovuto considerare che cambiare lo status quo attirando l'Ucraina nell'associazione all'UE, combinato con le promesse di adesione definitiva alla NATO, avrebbe potuto innescare una estrema reazione russa. Invece, l'Unione Europea, sostenuta dagli Stati Uniti, ha esagerato selvaggiamente, portando a una debacle diplomatica per la stabilità nella regione".

Non è troppo tardi perché l'Occidente prenda in considerazione un approccio diplomatico più equilibrato per ripristinare in extremis la situazione e scongiurare la guerra.

Gli alleati della NATO non hanno opzioni militari realistiche per difendere con successo l'Ucraina, né gli stessi in Europa hanno la capacità o la volontà di intraprendere quella strada.

"Invece, i progetti diplomatici di successo che hanno creato lo status di neutralità per la Finlandia e l'Austria durante la Guerra Fredda potrebbero essere rispolverati e adattati come potenziali approcci per aiutare a risolvere la crisi in Ucraina".

L'Occidente dovrebbe continuare a chiarire che la Russia pagherà un prezzo terribile sotto le sanzioni economiche se dovesse invadere l'Ucraina, ma dare anche rassicurazioni appropriate a Mosca che non ci sarà l'adesione alla NATO dell'Ucraina.

Allo stesso tempo, Bruxelles, Mosca, Washington e Kyiv devono trovare un modo per consentire delle relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose tra tutte le parti, riportare la pace nel Donbass e trovare un "salva-faccia" per l'Occidente per accettare definitivamente Putin in Crimea.

Questa volta, Bruxelles non dovrebbe rifiutarsi con arroganza di negoziare in un processo a tre o quattro vie tra tutte le parti interessate.

Per molti versi, per l'Ucraina sarebbe stato meglio se non avesse mai avviato negoziati sullo status di associazione con l'UE, ma si spera che rimanga abbastanza tempo per raccogliere i pezzi attraverso una diplomazia più efficace prima che scoppi una vera guerra.

Una guerra che danneggerebbe anche il processo di consolidamento dell'UE a vantaggio degli Stati Uniti e Cina.

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