L'Asia non potrebbe salvare Putin dall'embargo energetico dell'UE, anche per rischio "stagflazione"

Problemi infrastrutturali, pressioni politiche e bassa domanda potrebbero impedire all'Asia di assorbire forniture energetiche russe. Inoltre, per l'FMI l'Asia sta affrontando rischi di "stagflazione" che rallenterebbero la "fame di energia"



di Nicola Iuvinale

All'inizio di questo mese, il presidente russo Vladimir Putin, proteso in avanti, con le braccia appoggiate alla scrivania, ha consegnato un messaggio chiaro ai leader del settore energetico del suo paese: pianificare un calo delle importazioni occidentali, spostando la loro attenzione dall'Europa all'Asia.

Dal punto di vista del Cremlino, quella decisione ha senso.

Gli Stati Uniti, il Regno Unito e l'Australia hanno già vietato l'importazione di energia russa. E l'Unione Europea è sottoposta a crescenti pressioni da parte degli Stati Uniti e di membri come Polonia e Lituania, per istituire un embargo sul petrolio e gas russo in risposta alla guerra in corso in Ucraina.

Ma, secondo gli analisti, un cocktail di limitazioni infrastrutturali, pressioni politiche e scarsa domanda economica potrebbe impedire ai mercati asiatici di assorbire forniture di energia, che altrimenti sarebbero dirette in Europa, se Bruxelles vietasse davvero tutti gli idrocarburi russi.

Le nazioni europee sviluppate rappresentano quasi i due terzi delle esportazioni di gas della Russia e metà delle sue vendite di petrolio.

La maggior parte degli oleodotti russi sono costruiti geograficamente per soddisfare i mercati europei e non possono rifornire l'Asia.

Due dei maggiori clienti asiatici della Russia - Giappone e Corea del Sud - sono alleati occidentali che probabilmente dovranno affrontare intense pressioni da parte degli Stati Uniti per evitare qualsiasi aumento delle importazioni di energia.

La Cina, il più grande importatore di petrolio russo, sta assistendo ad un rallentamento economico a causa del blocco del COVID-19, che ridurrà anche la sua fame di energia.

"Se l'UE procedesse con un divieto completo, non vedo come i mercati asiatici saranno in grado di soddisfare tale domanda", ha detto ad Al Jazeera Hari Seshasayee, global fellow al Wilson Center.

"La Russia potrebbe aver bisogno di ridurre la sua produzione di petrolio del 30% entro la fine del 2022".

Per il momento, l'UE non ha una "posizione univoca" su alcun embargo contro l'energia russa.

Germania e Ungheria sono tra le nazioni preoccupate per un forte aumento dei costi energetici, se smettessero di acquistare petrolio e gas russi.

Nel frattempo, l'UE sta cercando di escogitare un meccanismo di pagamento che consentirà ai paesi di aderire sia alle sanzioni del settore finanziario contro Mosca, sia al diktat del Cremlino secondo cui le nazioni europee dovranno acquistare la loro energia in rubli, secondo un meccanismo di conversione valutaria.

Ma, nel mercato petrolifero, gli analisti pensano che sia "una questione di tempo prima che l'Europa metta l'embargo sul greggio e sui prodotti russi", secondo Lydia Powell, una senior fellow presso la Observer Research Foundation con sede a New Delhi.

"Ciò potrebbe tagliare quattro milioni di barili al giorno dal mercato globale del greggio".

Consapevole di questi rischi, Mosca sta tentando da alcuni anni di ridurre la propria dipendenza dagli acquirenti occidentali.


Nel 2012, Putin ha inaugurato l'oleodotto Siberia orientale-Oceano Pacifico, con l'obiettivo di fornire greggio a Cina e Giappone.

Il gasdotto Power of Siberia, lanciato nel 2019, può fornire alla Cina fino a 38 miliardi di metri cubi di gas russo.

A febbraio, durante la visita di Putin a Pechino, settimane prima dell'inizio della guerra, Cina e Russia hanno annunciato piani per l'ennesimo gasdotto.

Ma questi progetti sottolineano solo le complessità legate all'avvio o all'aumento del commercio di petrolio e gas tra le nazioni.

"Le infrastrutture di trasporto svolgono un ruolo importante e non sono sviluppate con i mercati asiatici nella stessa misura in cui lo sono con l'Europa", ha detto Filip Medunic, esperto di sanzioni presso l'European Council on Foreign Relations.

Queste limitazioni non impediscono a Mosca di offrire petrolio a prezzi sovvenzionati e l'India, il terzo maggior consumatore di petrolio al mondo, sembra approfittarne: ha aumentato le sue importazioni di petrolio dalla Russia a marzo.

Funzionari russi e indiani si sono incontrati anche la scorsa settimana per cercare di superare un'impasse sulla spedizione di carbone da coke ai produttori di acciaio indiani, che è diminuita da marzo a causa di complicazioni legate al pagamento e alla logistica (Reuters, citando una fonte commerciale e una fonte del governo indiano).

"Se la Russia offrisse sconti e condizioni di credito favorevoli, le raffinerie lo troverebbero sicuramente interessante", ha detto Powell, con riferimento alle esportazioni di petrolio russe.

Ma, anche così, il greggio dalla Russia ha costituito solo l'1,4% delle importazioni di petrolio dell'India nel 2020, il che significa che un picco non aiuterebbe molto Putin.

Inoltre, diversi paesi producono greggio di densità diverse e non sarà facile per le vecchie raffinerie del settore pubblico indiano passare dal petrolio mediorientale, americano e latinoamericano, con cui lavorano attualmente.

In un momento in cui l'India sta rafforzando i legami con gli Stati Uniti e l'UE, un aumento degli acquisti di energia dalla Russia potrebbe danneggiare tali relazioni, ha detto ad Al Jazeera Niklas Swanström, direttore dell'Istituto per la politica di sicurezza e sviluppo con sede a Stoccolma.

La Corea del Sud e il Giappone, tra i primi 10 acquirenti di petrolio della Russia, dovrebbero affrontare una censura ancora più dura da parte degli Stati Uniti, il loro principale fornitore di servizi di sicurezza, se dovessero cercare di assorbire più greggio.

Seoul ha un nuovo leader filoamericano nel presidente eletto Yoon Suk-yeol, il che rende ancora meno probabile il rischio di dover affrontare Washington, ha detto Troy Stangarone, direttore senior del Korea Economic Institute of America.

Poi c'è la Cina. Il più grande importatore di petrolio del mondo ha acquistato un terzo di tutto il petrolio russo nel 2020.

Ma il Paese ha i suoi limiti, secondo Wang Huiyao, presidente e fondatore del Center for China & Globalization, con sede a Pechino.

La dipendenza della Cina dalle importazioni di greggio significa che Pechino deve mantenere buoni rapporti con tutti i suoi principali fornitori, ha detto Wang, e non vorrebbe metterli in difficoltà riducendo gli acquisti da alcune nazioni, per accogliere petrolio extra russo.

Un lockdown a tempo indeterminato a Shanghai e l'aumento dei casi di COVID-19 a Pechino stanno anche frenando la ripresa economica del Paese.

"Non c'è domanda in Cina per ancora più petrolio", ha detto Wang.

Anche se l'UE imponesse un embargo rigoroso, è improbabile che il settore energetico russo crolli del tutto.

La Bielorussia è il nono acquirente di petrolio della Russia.

Come la Cina, è un partner strategico ed è improbabile che aderisca a qualsiasi misura contro Mosca.

Anche Cina, Giappone, India e Vietnam hanno investimenti nel settore dei combustibili fossili in Russia e non hanno segnalato alcun piano di ritiro.

I giacimenti di petrolio e gas hanno una durata fino a tre decenni, quindi le aziende possono permettersi di aspettare le crisi: la Chevron, ad esempio, mantiene i suoi investimenti in Venezuela, nonostante le sanzioni statunitensi contro Caracas.

Questo, a sua volta, incentiverà i paesi e le loro aziende con partecipazioni nei giacimenti russi a mantenere il flusso di petrolio e gas da loro, ha affermato Seshasayee, del Wilson Center.

Tuttavia, il danno economico sarà profondo se la Russia perdesse il principale mercato delle sue esportazioni di petrolio e gas, che contribuisce per il 45% al ​​bilancio nazionale.

Fare un passo così audace non sarà facile per Bruxelles, ma potrebbe essere solo questione di tempo prima che una parte decida di staccare completamente la spina.

"L'Europa e la Russia cercheranno prima di diventare indipendenti l'una dall'altra".

Intanto, L'Asia sta affrontando rischi di "stagflazione", hanno detto funzionari del Fondo Monetario Internazionale. Indicano la guerra in Ucraina, l'aumento dei prezzi delle materie prime e il rallentamento economico della Cina, come rischi per la regione.

Sebbene l'esposizione commerciale e finanziaria dell'Asia a Russia e Ucraina è limitata, le economie della regione saranno colpite dalla crisi a causa dell'aumento dei prezzi delle materie prime e della crescita più lenta dei partner commerciali europei.

Allo stesso tempo, anche l'inflazione in Asia sta iniziando a salire, proprio mentre il rallentamento economico della Cina si aggiunge alla pressione sulla crescita regionale.

"Pertanto, la regione deve affrontare una prospettiva stagflazionistica, con una crescita inferiore al previsto e un'inflazione più alta e sarà necessario un inasprimento monetario nella maggior parte dei paesi, con una velocità differente tra essi, a seconda degli sviluppi dell'inflazione interna e delle pressioni esterne".

“Ci sono tre shock che colpiscono le economie asiatiche: l'aumento dei costi alimentari ed energetici che spinge l'inflazione al rialzo; la minore domanda cinese spinge le esportazioni al ribasso; una Fed più aggressiva e una maggiore inflazione che spingono al rialzo i tassi di interesse interni, inasprendo le condizioni finanziarie. Questi tre shock spingono verso l'alto l'inflazione e attenuano le prospettive di crescita".

“Ciò significa che, con l'inflazione più alta e una Fed aggressiva, le banche centrali hanno meno spazio per sostenere la crescita. Coloro che scelgono la crescita e mantengono i tassi costanti dovranno affrontare un'inflazione più elevata e una valuta estera più debole come Thailandia e Giappone".

Fonte AlJazeera

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