L'iniziativa della Belt And Road va contrastata investendo sulla nuova strategia transatlantica

L'economia transatlantica è il blocco economico di maggior successo mondiale, con 36 trilioni di dollari di PIL reale, guidato da innovazione, istituzioni basate su regole condivise e competitività tecnologica. L'Italia investa sulla nuova strategia occidentale ed europea e ripudi anche "politicamente" il Memorandum sulla via della seta


di Nicola Iuvinale

Anno Domini 2019.

Esattamente il 23 marzo 2019, a villa Madama, il presidente cinese Xi Jinping, accolto in pompa magna e accompagnato dai suoi ministri, sottoscrive il memorandum tra Roma e Pechino sulla via della Seta e altri 29 accordi commerciali e istituzionali.

E' l'era del governo gialloverde, con i 5 Stelle, Lega e Giuseppe Conte Premier.

L'Italia è il primo Paese del G7 a sottoscrivere l'accordo infrastrutturale della Repubblica popolare cinese.

Lo è tutt'ora.

Gli accordi commerciali: in campo Eni, Ansaldo, Snam, Intesa, Danieli e i porti di Trieste e Genova.

Il valore degli accordi siglati ammontano a circa 2,5 miliardi, con un potenziale di 20 miliardi considerando l’effetto ‘volano’ delle intese raggiunte.

Tra il resto, la Cina autorizza Cassa depositi e prestiti ad emettere ‘Panda bond‘, consentendo all’Italia di essere il primo tra i principali Paesi europei a vendere debito agli investitori nella Cina continentale

Ue e Usa contrari. "Quel matrimonio non s'ha da fare".

Infatti, già 2019, la presenza dei capitali cinesi in Italia era preoccupante.

L'11 novembre 2020 gli europarlamentari italiani Silvio Berlusconi e Antonio Tajani formulano una formale interrogazione alla Commissione europea con oggetto la "Penetrazione di capitali cinesi nel tessuto economico italiano ed europeo".

Nell'interrogazione gli europarlamentari precisano che il 5 novembre il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica italiana (Copasir) ha approvato una relazione che mette in guardia dalla penetrazione di capitali cinesi nel tessuto economico italiano.

Di questi, destano maggiore preoccupazione quelli in società che detengono asset infrastrutturali strategici. La sola multinazionale cinese State Grid detiene il 35 % di CDP Reti S.p.A. che controlla le reti energetiche (Snam, Terna, Italgas).

Sul territorio italiano, inoltre, operano 50.797 imprenditori nati nella Repubblica popolare cinese (17 000 nel manifatturiero).

Questo fenomeno rientra nel disegno di espansione economica della Cina in Europa (acquisizione del porto di Duisburg in Germania, del Pireo in Grecia etc.).

Il rischio di una dipendenza dell'Europa e dell'Italia dalla Cina è incalcolabile.

In Italia, infatti, gli investimenti cinesi sono passati dai 573 milioni di euro del 2015 ai 4,9 miliardi del 2018.

Ma tutto ciò non interessa o sarebbe meglio dire "si fa buon viso a cattivo gioco".

La storia ci dirà un giorno il perché.

resta in fatto che il Memorandum sulla via della seta viene fortemente voluto dall'Italia gialloverde.

La Belt and Road Initiative (BRI), concepita inizialmente come One Belt, One Road, è lo strumento di Xi Jinping e del Partito Comunista Cinese per attuare l'espansione cinese nel mondo.

l progetto macroeconomico della doppia circolazione sancisce l'ambizione della Cina a diventare autosufficiente nel lungo termine nelle risorse e nella tecnologia, nello sviluppare la domanda interna e quella esterna attraverso i mercati terzi della BRI.

Il piano ha l'ambizione di portare la Cina a diventare autosufficiente.

Tale aspirazione è stata resa nota al mondo nel 2015 dopo il lancio del piano generale di politica industriale cinese, Made in China 2025.

Quest'anno, alla conclusione della sessione annuale dell'Assemblea nazionale del popolo di metà marzo, il governo cinese ha presentato il suo tanto atteso 14° piano quinquennale economico (FYP).

A causa del deterioramento dei rapporti esterni di Pechino in generale e delle crescenti tensioni con gli Stati Uniti in particolare, il governo cinese ha riadattato la sua strategia di sviluppo economico.

Come delineato Pechino investirà in sforzi volti a rafforzare la propria sicurezza economica e a proteggere meglio la propria economia dalle minacce economiche esterne.

Queste iniziative includono l'autosufficienza scientifica e tecnologica, catene di approvvigionamento sicure nella sua economia manifatturiera, crescita sostenuta dalla domanda interna e sicurezza alimentare ed energetica.

E' il neomaoismo di Xi Jimping, caratterizzato dall'affermazione globale del marxismo cinese (dopo la caduta dell'URSS) e la sua convinzione dell'ascesa sugli Stati Uniti.

Un'espansione fortemente aggressiva accompagnata da una "guerra di influenza" globale.

Sotto Xi Jinping la Cina è entrata in una nuova e più aggressiva fase di consolidamento del suo potere grazie al rafforzamento, non solo del sistema politico (lo ha fatto attraverso una serie di leggi ad hoc varate dal 2015 in poi), ma anche con l'uso della retorica sulla assoluta supremazia del PCC, come confermato dallo studio dell'Istituto di Ricerca Strategica della Scuola Militare francese (Irsem).

Anche il legame della Cina con i media italiani è fortissimo. Si chiama: One Belt One Voice.

Quando Xi Jinping ha preso il potere nel 2012 i sentimenti ultranazionalisti hanno iniziato a diffondersi nel PCC; Xi ha sfruttato questo fervore consolidando il suo potere e proiettando la sua visione autoritaria sul mondo.

Ciò, unito all'insicurezza di fondo sul futuro della sua legittimità politica, ha portato il partito ad avere un atteggiamento aggressivo nel WTO, a commettere violazioni dei diritti umani e ad aumentare le tensioni nel Mar Cinese e lo stretto di Taiwan.

Infatti, dopo due decenni dall'adesione al WTO la Cina non rispetta ancora una vasta gamma di impegni e responsabilità, a scapito sia dei suoi partner commerciali che del sistema economico internazionale rappresentando una minaccia fondamentale per l'ordine economico internazionale liberale e la comunità globale.

Il progetto "globale" è accompagnato anche da una serie di corollari non meno importanti.

L'estesa invasione cinese comprende anche la partecipazione, l'acquisto o l'affitto di un numero crescente di porti marittimi affacciati sul Mediterraneo, alcuni dei quali utilizzati anche dalla Nato, influenzando la connettività marittima globale.

Ad esempio, la Cina controlla il famoso porto greco di Prius e finanzia anche progetti autostradali e ferroviari tra (i paesi balcanici e l'Ungheria).

Decenni di crescita economica e la priorità del governo hanno consentito alla Cina di posizionarsi al centro del commercio marittimo globale. La storia insegna che chi controlla i traffici marittimi controlla il mondo.

La Cina controlla anche tanti paesi in via di sviluppo. Finanziano dighe in Patagonia e ponti in Laos.

I loro prestiti sono pagati in dollari o petrolio e, quando i loro debitori non riescono a pagare, a volte si assicurano l'accesso al porto più importante del paese.

Le banche statali per lo sviluppo della Cina sono ora i maggiori creditori del mondo.

Hanno prestato più di 400 miliardi di dollari ai soli paesi in via di sviluppo.

I prestiti sono visti, da alcuni, come un aiuto indispensabile per la costruzione delle infrastrutture.

Da altri, come una moderna forma di schiavitù per interessi che porta gran parte dell'Asia, dell'America Latina e dell'Africa sotto il controllo di Pechino.

Negli ultimi due decenni, la Cia ha fornito importi record di finanziamenti per lo sviluppo internazionale e si è affermata come finanziatore di prima istanza per molti paesi a basso e medio reddito (LMIC); tuttavia le sue attività di concessione e prestito rimangono ancora avvolte nel segreto. La Cina ha anche l'ambizione di creare un ecosistema commerciale globale "intelligente" e integrato.

Pechino è molto avanti nello sviluppo di questo mega progetto tecnologico integrato nell'economia interna e internazionale.

Quello che sta diventando sempre più chiaro è che, nel breve e medio termine, è sempre più evidente che per commerciare con la Cina sarà necessario far parte del loro progetto IT. Ovviamente utilizzando la tecnologia informatica della Digital Silk Road e la futura valuta digitale di stato di Pechino la "eCNY".

Si, la "moneta intelligente" della Cina.

Infatti, mentre i responsabili delle politiche finanziarie statunitensi ed europee stanno appena iniziando a studiare e discutere la possibilità di creare un dollaro o euro digitale, la Cina è nel pieno sviluppo per la digitalizzazione della sua intera economia.

Oggi, otto anni dopo l'annuncio della Belt and Road Initiative (BRI), l'Unione Europea ha finalmente un buon piano per contrastarla e diventare un attore geopolitico più forte in un'era di competizione strategica.

Mentre i politici europei sembrano essersi resi conto dei progetti economici e geopolitici cinesi, diverse capitali europee stanno ancora lottando per trovare il giusto equilibrio tra i principi fondamentali dell'apertura economica e le preoccupazioni per la sicurezza legate a una maggiore impronta cinese in Europa.

"In un cambiamento diplomatico e geopolitico tumultuoso, la Commissione UE ora vede la Cina come un "concorrente economico "nel perseguimento della leadership tecnologica e come un "rivale sistemico" che promuove modelli alternativi di governance".

A confermarlo è Valbona Zaneli (presidente del dipartimento per le iniziative strategiche presso il George C. Marshall European Centre for Security Studies. È inoltre visiting Europe's Futures Fellow presso l'Institute for Human Sciences (IWM) di Vienna) nel suo articolo per TheNationalInterest.

Oggi, la BRI comprende più di 130 paesi e organizzazioni internazionali, che rappresentano il 40% del PIL globale e oltre il 60% della popolazione mondiale.

Emulando l'antica Via della Seta, la BRI definisce la nuova visione internazionale cinese, con l'obiettivo di collocare la Cina come una potenza leader sulla scena mondiale, con una maggiore capacità di plasmare regole, norme e istituzioni globali.

Come detto, in linea con questa visione, Pechino sta espandendo il raggio d'azione cinese nell'economia globale, riducendo la sua dipendenza tecnologica dall'Occidente, attuando il suo "Made in China 2025".

"La BRI è una necessità economica e geopolitica per Pechino".

È necessario sbloccare il potenziale per nuove fonti di crescita e mercati di esportazione, per diversificare le rotte di approvvigionamento della Cina, per ridurre l'internalizzazione delle aziende cinesi e, infine, per anticipare l'innovazione.

"Ma, Vi sono giustificate preoccupazioni sulla mancanza di trasparenza nelle risorse che sono state assegnate alla BRI dal 2013. Le stime sono di ampio respiro: dai 4 agli 8 trilioni di dollari annunciati dai cinesi, agli 800 miliardi di dollari del Global Investment Tracker dell'impresa americana Institute, fino a 575 miliardi di dollari stimati dalla Banca Mondiale. I due terzi della spesa cinese (principalmente prestiti) per i progetti completati sono andati al settore energetico e dei trasporti e il 60 percento dei progetti finanziati dalla Cina va alle società cinesi".

Inizialmente vista come un'opportunità per la ripresa economica europea dopo la crisi dell'Eurozona del 2008-09, l'UE, tranne l'Italia, ha adottato un approccio cauto nei confronti della BRI.

"E' diventato subito chiaro che lo sviluppo globale promesso dalla BRI ha creato sfide per le norme, gli standard economici e gli sforzi dell'UE per promuovere la sua liberalizzazione".

Non da ultimo, infatti la Cina vuole imporre anche le regole tecniche per il 5G.

Pechino è infatti entrata negli organismi che decidono gli standard internazionali con gruppi che si preoccupano più degli interessi della Cina che di una sana tecnologia.

Infatti, mentre l'UE stava cercando di capire l'impegno cinese in Europa, Pechino ha preso di mira con attenzione i paesi dell'Europa centro-orientale e meridionale firmando accordi bilaterali. Oggi, diciassette paesi dell'UE sono membri ufficiali della BRI, inclusi undici dei quali fanno parte dell'Iniziativa 16+1 con l'Europa orientale e i Balcani occidentali.

"Per Pechino l'adesione è una vittoria. È interessante notare che l'Italia, membro del G7 e una grande economia dell'UE, fa parte della BRI, anche se paesi come l'Austria, un altro paese che desiderava aderire al progetto nel 2017, da allora si sono tirati indietro".

Sebbene l'Europa sia stata tradizionalmente lenta nel reagire a una Cina sempre più assertiva, nel settembre 2018 la Commissione europea ha pubblicato la sua strategia per collegare l'Europa e l'euro-Asia.

Il documento è stato un tentativo di formulare la visione europea sulla connettività e sullo sviluppo delle infrastrutture basata su norme e principi economici e istituzionali occidentali. La strategia ha stabilito le condizioni per la cooperazione europea ed è stata vista come un progetto per supportare i valori e gli standard europei sul "collegamento tra Europa e Asia". Ma nonostante le audaci ambizioni, la proposta non è stata però sostenuta.

Oggi, il Global Gateway è la nuova strategia dell'UE, per contrastare la BRI alla luce delle crescenti preoccupazioni per le iniziative estere ed economiche assertive della Cina.

Il Global Gateway è stato introdotto da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, come un passo verso l'esterno tanto necessario per l'UE nell'investire strategicamente in tutto il mondo.

Il Global Gateway è una massiccia piattaforma di investimento per progetti sostenibili e di qualità, in infrastrutture e competenze, in linea con la transizione verde e digitale che prevede di mobilitare $ 340 miliardi tra il 2021-2027, con 150 miliardi di dollari di finanziamenti per investimenti garantiti per le infrastrutture, 20 miliardi di dollari in sovvenzioni dal bilancio dell'UE e altri 160 miliardi di dollari di investimenti pianificati da istituzioni finanziarie europee e incentrate sullo sviluppo.

"In termini geoeconomici, il Global Gateway aiuterà l'UE a competere nell'economia globale".

Negli ultimi trent'anni l'economia europea è cresciuta di 2,5 volte, mentre quella cinese è cresciuta di quasi quaranta volte. Nel 1990, l'economia cinese rappresentava il 4% del PIL globale (basato sulla parità del potere d'acquisto) e, nel 2021, ne rappresenta ora il 18%. Nel frattempo, la quota dell'UE nell'economia globale è scesa al 15% dal 25% nel 1990, secondo i dati del FMI.

"Come risultato della delocalizzazione industriale e del trasferimento delle catene del valore globali e delle nuove tecnologie, la Cina è diventata non solo il più grande esportatore di beni nell'economia globale, rappresentando il 18% della quota delle esportazioni mondiali, ma ha anche creato alcune pericolose dipendenze strategiche dalle merci cinesi per i paesi occidentali, come si è visto durante la pandemia di Covid-19".

Queste dinamiche avranno ramificazioni importanti e di vasta portata per la prosperità dell'Europa, dal commercio alla sicurezza.

"È necessario valutare e comprendere meglio i rischi e le opportunità che emergono dalla BRI. L'UE deve anche definire e stabilire una posizione comune europea e transatlantica. Se lasciata incontrollata, la BRI potrebbe sfidare la coesione dell'UE e minare i rapporti con gli Stati Uniti".

Alcune economie europee potrebbero accogliere gli investimenti cinesi come fonte di capitale finanziario, sviluppo di infrastrutture e opportunità di mercato.

Questo potrebbe portare a punti di vista divergenti all'interno dell'UE a causa di interessi confliggenti.

la Germania della Merkel degli ultimi anni ne è stata una concreta dimostrazione.

"Per essere chiari, la BRI non riguarda semplicemente progetti infrastrutturali e ripercussioni finanziarie, ma riguarda norme, valori".

Per controbilanciare la BRI, la comunità transatlantica ha bisogno non solo di commercializzare meglio ciò che sta già facendo, ma anche di sviluppare una nuova strategia che offra ai paesi maggiori opportunità.

I leader del G7 si sono impegnati all'ultimo vertice a sviluppare un massiccio piano di infrastrutture di sviluppo incentrato su " valori, standard elevati e trasparenza" per ridurre il divario infrastrutturale esistente di 40 trilioni di dollari nei Paesi in via di sviluppo entro il 2035.

The Build Back Better World (B3W), l'iniziativa guidata dagli Stati Uniti funge da catalizzatore per stimolare il finanziamento di partenariati pubblico-privato sul clima, la sicurezza sanitaria, la digitalizzazione e l'uguaglianza.

B3W si basa sulla US Blue Dot Network, una collaborazione che mira a costruire una rete globale attraverso finanziamenti basati su prestiti per costruire strade, ponti, aeroporti, porti e centrali elettriche nei paesi in via di sviluppo. Per raggiungere gli obiettivi di sviluppo globale, la Banca Mondiale stima che circa 1,5 trilioni di dollari all'anno dovrebbero essere investiti in infrastrutture.

"Per questo dovrebbe basarsi su un piano coordinato. Partner diversi avranno sicuramente orientamenti geografici ed economici diversi, ma la somma delle iniziative coordinate consentirà di coprire i paesi a basso e medio reddito in tutto il mondo e aumentare il loro impatto e la loro portata".

Non dobbiamo perdere il punto che l'economia transatlantica è il blocco economico di maggior successo al mondo, con 36 trilioni di dollari di prodotto interno lordo reale, guidato da innovazione, istituzioni basate su regole e competitività tecnologica.

Non stiamo sfruttando seriamente le risorse dell'economia transatlantica dice la ricercatrice. "L'obiettivo dovrebbe essere il rilancio dell'economia transatlantica attraverso una potente reinvenzione dell'Occidente, compresa una strategia transatlantica sulla Cina. Solo attraverso una risposta coordinata l'UE e gli Stati Uniti avranno un potere contrattuale più forte per contrastare la BRI e imporre la reciprocità nelle relazioni economiche e politiche con la Cina".

"Mentre entriamo in tempi incerti in un mondo economico globale post-pandemia stressato, non c'è momento migliore per sviluppare una strategia transatlantica che non solo contrasterà le ripercussioni negative della BRI, ma sarà proattiva nel promuovere nuove opportunità nello spazio transatlantico. Un nuovo sforzo comune potrà andare lontano, puntellando e iniettando una rinnovata visione dell'ordine globale basato sulle regole liberali condivise".

L'Italia investa sulla nuova strategia occidentale ed europea e ripudi anche "politicamente", ora, il Memorandum sulla via della seta.

Fonte TheNationalInterst.

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